La Roma è tornata da Cagliari con una convinzione che rischia di trasformarsi in debolezza. La versatilità che richiede Fonseca nell'applicazione di diversi sistemi di gioco - diversità evidenti come il passaggio da una difesa tre a una difesa a quattro (che è variazione assai più significativa di attaccare con tre punte o con due punte e un trequartista) - rischia di generare incertezza o addirittura confusione.

Il giudizio unanime sull'allenatore portoghese è che sappia dare alle sue squadre un'anima prettamente offensive persino superiore ai più avanzati standard del calcio italiano. Questo però, in passato, lo ha portato a non valutare perfettamente il rischio che la squadra poteva correre nelle transizioni negative (e cioè quando perdeva il pallone ) o anche semplicemente contro avversari capaci di attirare sull'esterno i terzini per colpire poi in superiorità numerica la linea difensiva con gli inserimenti mirati tra terzino e centrale. Questo, con il tempo, ha consigliato maggior prudenza a Fonseca che, a quanto pare su significativo impulso arrivato dai suoi giocatori, a un certo punto del concitato finale di stagione ha deciso di passare alla difesa a tre, rinforzando il reparto del puntello necessario ad evitare le imbarcate a cui andava invariabilmente incontro. Risultato? Dopo la sfida di assestamento di Napoli, ultima sconfitta in serie A della stagione 2019-20, la Roma ha realizzato un filotto di partite consecutive (sette vittorie e un pareggio) che le hanno consentito di blindare il quinto posto, messo a rischio dalle risalite prepotenti di Napoli e Milan.

Logico dunque che Fonseca abbia insistito su questo sistema sia nell'infausta interpretazione tedesca contro il Siviglia (squadra che gioca un efficientissimo 433, strenuamente offensivo e pure mai grossolanamente esposto alle ripartenze avversarie), sia nei primi test di preparazione al campionato. A Cagliari c'è stata la sintesi definitiva: primo tempo con la difesa a tre, caratterizzato da assalti sterili, ma continui al Cagliari (allenato beffardamente da Di Francesco, altro teorico del 433, filosofico predecessore del portoghese sulla panchina della Roma) e una ripresa assai più funzionale e ordinata con il 4231. Alla fine, e questa è una storia vecchia come il calcio, ciò che conta di più sono gli interpreti: se hai un portiere così mentalmente involuto (perché tecicamente il suo errore a Cagliari non ha spiegazioni) dal rimanere al riparo sotto la traversa su un campanile che si alza nell'aria piccola e che ricade docile come la neve senza il minimo intervento né dei difensori né, per l'appunto, del portiere, non ci sono sistemi di gioco che possono fare la differenza. Cristante, oltretutto, non è certo un difensore e non potrà mai surrogare Smalling, il miglior difensore della Roma dello scorso anno, ancora congelato nella infinita trattativa con il Manchester United.

Ciò che serve maggiormente alla Roma è l'intensità del gioco e il coraggio di tentare giocate accelerate, di prima o al massimo al secondo tocco. La paura di sbagliare frena invece molto spesso i giocatori che invece di verticalizzare nel tempo e negli spazi che una squadra proattiva sa creare, spesso insiste nel suo sterile giro palla alla ricerca di varchi che poi avversari smaliziati difficilmente lasciano. Fonseca ha detto di voler affrontare la stagione così, decidendo di volta in volta, e a volte anche nella stessa partita, di passare da un sistema di gioco a un altro, ora la difesa tre, ora la difesa a quattro: la speranza è che nuovi interpreti possano arrivare ad arricchire una sinfonia che non basta scrivere su carta. Anche nel campionato tatticamente più difficile del mondo.