E sì che Milano quel giorno era Giamaica. Di nuovo. Ma stavolta lo stadio era vuoto. E il veleno è rispuntato tutto dalla bile di chi ama la Roma, alle prese con l'ennesimo brusco risveglio di un 2020 che non vuole proprio saperne di aggiustare il tiro. Eppure questa singolare e surreale appendice di campionato era cominciata nel migliore dei modi (sul campo, perché gli spalti deserti continuano a prosciugarne il gusto). Ad appena quattro giorni dal viaggio milanese. Pieno di speranze all'andata, mesto al ritorno. Esattamente come quello verso il concerto di Bob Marley compiuto da Piero e Cinzia 40 anni (e un giorno) prima. E quell'avvio di discreta personalità al Meazza sembrava dare corpo alle aspettative e legittimare i 9 punti di distacco dagli avversari domenicali. Ma l'arsura di San Siro ha liquefatto auspici e velleità di rincorse nel giro di un intervallo, portando a 9 (ma col meno davanti) il dichiarato obiettivo Champions e le inseguitrici col fiato sul collo: dal Napoli col vento in poppa della Coppa Italia, allo stesso Milan tutt'altro che irresistibile affrontato due giorni fa.

L'attuale Atalanta tarpa le ali a ogni volo pindarico, riservando all'agognato quarto posto il rango di utopia. Più credibile allora mirare a conservare la zona Europa League, riaperta proprio dalle scelleratezze romaniste pre-sosta, soltanto acuite a Milano. In quest'ottica il calendario propone tre scontri diretti nei prossimi 15 giorni: ormai vanno considerate concorrenti anche Verona e Parma, che verranno all'Olimpico intervallate dalla trasferta di Brescia e precedute dal nodale match contro Gattuso. La quinta posizione va difesa a ogni costo, anche perché scivolare più dietro equivarrebbe al preliminare di EL. Una vera iattura verso un 2020-21 che già allo stato attuale si presenta quasi privo di soluzione di continuità con la propaggine di stagione in corso. Al danno (finanziario e tecnico) di una mancata Champions che già da sola vuol dire fallimento, si aggiungerebbe la beffa di dodici mesi consecutivi in campo, con tutto quello che ne potrebbe conseguire in ottica di pianificazione futura. Il rischio di buttare non una ma due stagioni, per di più in pochi giorni, è davvero troppo grande e spalanca le porte a scenari fin troppo nefasti, per non pretendere un'immediata inversione di tendenza.

La Roma ha l'obbligo di arrivare almeno quinta (comunque una disfatta rispetto alle ambizioni). Ci sarà tempo per le analisi e la ricerca delle responsabilità (che nell'attuale stato di confusione generale vanno almeno equamente suddivise fra tutte le componenti). Ora però è tempo di rimboccarsi le maniche, senza accampare alibi di sorta. È vero che il Milan ha avuto due giorni in più ed è partito una settimana prima, ma Fonseca (giustamente) non ha mai cercato pretesti di alcun genere. E ora ha perfino la succulenta occasione di capovolgere i più cupi panorami: con la coppa più che con le 10 partite restanti in A. Basterebbero 4 vittorie europee per entrare in Champions dalla porta principale. E soprattutto per sollevare al cielo un trofeo. E in quel caso, altro che centomila fiammelle.