Ma che sapore ha una giornata uggiosa? Cantava così, tanti anni fa, l'indimenticabile Lucio Battisti. Il ventotto marzo del 1993, una risposta avremmo potuto dargliela, anche piuttosto dettagliata. Perché a Brescia, quella giornata era appunto uggiosa, ma nessuno poteva immaginare che quel giorno sarebbe cominciata una storia meravigliosa e irripetibile, quella di Francesco Totti.

Era una Roma preoccupata quella che si era presentata a Brescia. Vivacchiava tra metà classifica e ambizioni di risalita, il presidente Ciarrapico era ospite delle patrie galere, i conti del bilancio facevano paura, il futuro rischiava di farci tornare ai tempi della Rometta. In panchina c'era Vujadin Boskov che nelle settimane precedenti aveva spedito il suo vice a seguire gli allenamenti della Primavera perché gli avevano detto che c'era un ragazzino capace di stupire. Lo aveva stupito. E Boskov aveva deciso di convocarlo per la partita contro il Brescia all'epoca allenato da Lucescu non ancora diventato il santone di oggi.

Ci eravamo sistemati nella traballante tribuna stampa del Rigamonti che già all'epoca era uno stadio che avrebbe avuto bisogno di un restauro profondo, figuratevi oggi. Non pensando che ci sarebbe stata la possibilità di dire io c'ero, cioè di vedere la prima volta del più grande calciatore della storia della Roma, tra i più grandi sempre. Nessuno immaginava che avrebbe potuto esordire quel ragazzino di cui peraltro già da un po' di tempo si parlava bene, come di un predestinato. Non se lo immaginavano neppure i poco più di duecento tifosi giallorossi che si erano presentati a Brescia perché non sarai mai sola.

Una trasferta complicata. In molti arrivarono in treno o con automobili private, un solo pullman organizzato si presentò al Rigamonti, all'interno di quell'autobus i rappresentanti di tre gruppi storici della Curva Sud, il Commando, i Fedayn e il XXI aprile. Sbagliarono a parcheggiare. Scesero di fronte alla curva dei padroni di casa. Furono assaliti. Cosa che si ripetè anche per quasi tutta la partita, in particolare nel secondo tempo. E poi a fine partita con tanto di sassaiola. Al Rigamonti, infatti, i divisori tra un settore e l'altro all'epoca erano bassissimi, un gioco da ragazzi scavalcarli e presentarsi al cospetto dei tifosi ospiti. Furono molti i contatti tra le tifoserie. E a causa di questi tafferugli, quei duecento tifosi non si accorsero che quel ragazzino di Porta Metronia si stava togliendo la tuta per entrare in campo e fare il suo esordio tra i grandi, lui che non aveva ancora compiuto diciassette anni.

Mancavano tre minuti al novantesimo. La Roma stava vincendo due a zero, un colpo di testa di Caniggia su cross di Mihajlovic e poi ancora Sinisa a raddoppiare quattro minuti dopo con una delle sue punizioni (ne segnò peraltro poche con la maglia giallorossa) con il mancino a scavalcare la barriera per andare a infilarsi sotto l'incrocio.

Mihajlovic protagonista assoluto. Anche per quel che riguarda l'esordio del nostro Capitano. Fu il serbo a dire a Boskov di far esordire il ragazzino, la partita si stava concludendo, ormai il risultato era al sicuro. Il vecchio Vujadin gli dette ascolto. Lo chiamò in panchina dicendogli di andare a scaldarsi. Solo che non ricevette risposta. Perché Francesco nostro non pensava che quell'invito fosse rivolto proprio a lui. Era convinto che il mister lo avesse rivolto a Roberto Muzzi, un altro attaccante, che era seduto vicino a lui in panchina. Guarda Francesco che tocca a te dovettero ribadirgli. Si convinse. Si scaldò. Fu richiamato in panchina Rizzitelli che ancora oggi è orgoglioso di poter dire sono stato io a lasciare il posto a Totti. Come dargli torto?