La sciarpa è piegata nel cassetto. Accanto alle maglie della Roma. Alle felpe, le polo. Nell'epoca del virtuale in cui si archivia tutto tra le nuvole il mio file più avvincente, invece, lo custodisco nell'ultimo cassetto del comò in camera da letto. Non lo apro da un po', purtroppo. Perché questo maledetto virus ci sta costringendo a razionalizzare le gerarchie della nostra esistenza, relegando tutte le nostre passioni ai margini di ogni giornata, di tutte le giornate: timori, notizie e bruciori di stomaco che vanno a fondersi, quotidianamente, con attimi di divertente follia, figli di qualche videochiamata con gli amici – una confusione assoluta. Parlano tutti, nessuno capisce. Ma si ride tanto – e di qualche gioco inventato al momento per far sorridere, e scatenare, i bambini. Il giorno della marmotta.

Per questo la Roma io, te, noi e tutti gli altri la stiamo nominando poco, quasi per niente, in questo periodo: per pudore, logica e, soprattutto, perché non è proprio il momento. Preservandola, anche. Perché il piede, adesso, deve stare sul pallone. Fermo. Senza calciare, deve aspettare. La priorità è un'altra. Tanto noi siamo qui. E quando arriverà il giorno, perché prima o poi questo incubo Coronavirus dovrà finire, le saremo, come sempre, accanto a far rimbombare, ancora più forte, il sentimento che ci lega a lei. Usciremo di casa e sì… invaderemo le strade, i giardini, i teatri, i cinema e i ristoranti della nostra curiosità, della nostra voglia di stare insieme. Ma per davvero. Come allo stadio, finalmente. Spalla a spalla, felici, ad aspettare, quei ragazzi saltar fuori dal boccaporto correndo in campo. Con addosso la nostra maglia, la Lupa: accadrà.

Ma non è questo il momento di chiederci quando. E allora, proprio perché non si può prevedere il futuro, possiamo però consolarci con il passato. Grazie a momenti, particolari, protagonisti e circostanze che hanno popolato gli anni e l'esistenza d'ognuno di noi. Il gol di Montella a Torino, ad esempio. Mazzone che corre sotto la Curva Sud. La Curva Sud. I cinque gol di Roberto Pruzzo all'Avellino, la magia di Totti a San Siro, al Santiago Bernabeu, al Torino. A Genova contro la Sampdoria. L'esultanza di Ernesto Alicicco al gol del due a zero di Candela contro la Juventus. Quella di Franco Sensi al tre pari del capitano contro la lazio. La partita contro il Bordeaux: tripletta di Voeller, due gol di Manuel Gerolin e gli ultimi dieci minuti della scintillante carriera di Bruno Conti.

Così, senza nessun riferimento temporale, nessuna cronologia: solo emozioni mischiate tra di loro. Personaggi. Occasioni. Come l'ovazione, di un intero stadio, per Paulo Roberto Falcao prima di un Roma-Juventus indimenticabile all'inizio di questo secolo. La fuga verso la vittoria di Claudio Paul Caniggia, nella semifinale di Coppa Italia, contro il Milan. La mano sul cuore di Francesco Rocca nel giorno della proclamazione della Hall of Fame. I pugni al cielo di Ruggiero Rizzitelli prima del derby. Daniele De Rossi. Daniele De Rossi. Daniele De Rossi. Le lacrime di Giannini a Foggia, quelle di Julio Sergio a Brescia. E di Federico Balzaretti dopo un gol che nessuno di noi dimenticherà mai. «Ti amo», «Sei il nostro orgoglio», «Mai schiavi del risultato». La bandiera per Antonio De Falchi.

La maglia Barilla. I muscoli di Sebino Nela, il gol di Kostas Manolas, Florenzi che corre in tribuna ad abbracciare la nonna, il tiro al volo di Edin Dzeko a Londra, la veronica di Odoacre Chierico a Torino prima della rovesciata del Bomber, Roma-Dundee. Potrei, potresti, andare avanti per ore. Ma ci siamo capiti. Perché se è vero che questo è il momento di stare a casa è altrettanto vero che, mai come adesso, tutti noi abbiamo la voglia e l'esigenza di non sentirci soli. Anche grazie a Lei, la Roma. Un sentimento dinamico, capace di farci sentire «Uniti anche se siamo lontani».