Tutto torna. La storia compie strani giri e alla fine rischia di essere il 22 il numero da ricordare per Florenzi. L'inizio e la fine, la prima e l'ultima con la maglia della Roma. Il 22 maggio di un ormai lontanissimo 2011 l'esordio: 4 minuti nella partita conclusiva (con la Sampdoria) dell'anno di transizione per eccellenza, quello del passaggio di proprietà del club (altro déjà-vu). Quattro minuti da Capitano della Primavera convocato al posto di Capitan Totti, dal quale sei anni dopo si sarebbe separato fra le lacrime in campo e ancora più tardi avrebbe ereditato la fascia, dopo aver salutato anche l'altro "fratello maggiore" De Rossi. Adesso sembra proprio tocchi a lui l'atto di addio. Un po' a sorpresa, un po' no, perché quella panchina nel derby è suonata come l'ennesima rinuncia volontaria a un giocatore che a inizio stagione partiva come colonna della squadra. Da ottobre a oggi nove volte titolare, a fronte di tredici partite fuori dagli undici iniziali.

Cifre sproporzionate (se riguardanti chi ha la fascia al braccio) per non indurre a cattivi pensieri. E allora un altro 22, quello di gennaio 2020, esattamente a centoquattro mesi dal debutto, può rappresentare il capolinea della sua carriera in giallorosso. Circa diciotto dei quasi ventinove anni di età trascorsi sempre con gli stessi colori addosso. Una vita. Quella che sembrava destinata a una sola maglia, nel solco di diversi predecessori nati e cresciuti nella Capitale e nella sua squadra.

Invece la storia s'interrompe e forse non è così dolce dirsi addio. Semplicemente un'esigenza, forse reciproca per come si erano messe le cose negli ultimi tempi. «Come del resto alla fine di un viaggio, c'è sempre un viaggio da ricominciare», cantava un grandissimo cantautore che pure ha la Roma nel cuore. E Alessandro ricomincerà da Valencia, terra che ha accolto anni fa Amedeo Carboni, un altro che ha portato la fascia in giallorosso, ma senza il legame ancestrale del numero 24. Florenzi con quei colori addosso ci è nato e cresciuto, ha trionfato nelle giovanili, ha esordito. Li ha salutati per un anno (a Crotone) ma con la promessa di tornare a rivedersi più pronti di prima. Mantenuta. Nella prima vera stagione in prima squadra, con Zeman in panchina, conquista subito il posto da titolare e appena inizia dal 1' va in gol. Per farlo sceglie avversario e stadio per niente banali: l'Inter a San Siro, poi battuta 3-1. A fine anno, saranno 36 su 38 le sue presenze in campionato.

Quando arriva Garcia, viene spostato dalla mezzala all'esterno d'attacco e il rendimento ne giova: le sue reti raddoppiano, fioccano gli assist e la squadra vola. Alcuni centri sono vere e proprie perle (rovesciata col Genoa, tiro da metà campo col Barcellona, sinistro a incrociare col Torino che gli regala la prima gioia sotto la Sud, gran tiro al volo nel derby). Ma la vera grande bellezza la incastona lui fra i due grandi affetti: segna al Cagliari e va a esultare in tribuna, abbracciando una commossa nonna.

È il suo momento d'oro: benvoluto da compagni e tifosi, indispensabile per gli allenatori, che ne apprezzano dedizione e duttilità. Il tecnico francese lo reinventa terzino, Spalletti conferma la scelta. Lui risponde alla grande, fino al 26 ottobre 2016, quando il legamento cede. La maledizione dei crociati lo travolge addirittura due volte: brucia le tappe per rientrare in anticipo e proprio quando è pronto a rivedere il campo, arriva un nuovo ko. Il recupero - anche psicologico - si fa arduo. Torna la stagione successiva contribuendo alla cavalcata di Champions, ma qualcosa non gira come dovrebbe.

La scadenza di contratto si avvicina, le voci si moltiplicano, le maldicenze dilagano e il rapporto con parte dell'ambiente scricchiola. Come già accaduto ai tempi con Totti e De Rossi, le normali trattative per il rinnovo (sancito nell'estate 2018) vengono dipinte con immotivata acredine. Le incomprensioni allargano le crepe, fino alla prima giornata dell'era Fonseca. Quel giorno è la Sud a schierarsi con un eloquente striscione: «Avanti con la tradizione della fascia a un romano, al fianco di Florenzi Capitano!». Non tutto l'ambiente si rasserena nei suoi confronti però e Ale continua a fungere spesso e malvolentieri da capro espiatorio quando le cose non vanno. Da ottobre perde anche la certezza del posto da titolare. Ma non fa una piega. Né una polemica. Restando anzi sempre fra i primi a esultare per i successi dei compagni. Ora la sua lunga (e tormentata) storia con la Roma è ai titoli di coda. Ma l'amore non finisce per contratto.