Fonseca ha ragione. Il portoghese che alla sua Roma sin dal primo giorno ha chiesto e continua a chiedere coraggio e ambizione, nell'ennesimo amaro dopo partita nello stadium bianconero, è stato chiaro: spero che il mercato ci possa portare un paio di giocatori, offensivi anche se non lo ha detto. Impossibile dargli torto, al termine di novanta minuti che nella seconda parte del primo tempo sono stati assai simili a un calvario dopo che la prima parte ci aveva fatto vedere una Roma ai confini della sfacciataggine, ma senza mai tirare in porta. Impossibile dargli torto soprattutto alla luce di una via crucis di infortuni che, pure ieri sera (e si è fermato Diawara fino al momento della sostituzione il migliore), ha costretto la squadra giallorossa a presentarsi con gli uomini contati, una panchina che è meglio lasciar perdere, mezza squadra rimasta a Trigoria (a parte lo squalificato Dzeko) a leccarsi le ferite di infortuni più o meno gravi.

Non vuole essere una difesa d'ufficio nei confronti di nessuno, ma è un innegabile dato di fatto. Prendete il reparto offensivo. A Torino non c'erano Dzeko, Perotti, Mikitharyan, Zaniolo, Pastore. Assenze pesantissime, anche perché Fonseca non ha avuto nessun tipo di scelta. Magari poteva decidere di alzare inizialmente Florenzi inserendo subito Santon e lasciando in panchina uno tra Kluivert e Under, ma probabilmente sarebbe cambiato poco. Soprattutto prendendo atto come ancora una volta la squadra abbia fatto una certa fatica ad arrivare al tiro in porta, conseguenza qualche volta di esagerato fraseggio, altre volte di inutile altruismo o scelta sbagliata in occasione dell'ultimo passaggio.

Ma tutto questo può essere anche relativo. Per il semplice fatto che a questa squadra servirebbe qualcosa che non si può comprare al mercato. Perché servirebbe un'anima, il carattere, la personalità, l'agonismo, la cattiveria di chi può pure perdere ma dopo essere stato brutto, sporco e cattivo. Un difetto antico della Roma, che diventa autolesionistico nel momento che una cosa, la prima cosa, va storta. Come è accaduto ieri sera a Torino, al termine di venticinque minuti con quella personalità che servirebbe per tutta la partita. Un errore nella metà campo avversaria, la Juventus riparte, il pallone finisce tra i piedi di quel campione che è Ronaldo, diagonale, gol e buonanotte ai suonatori.

Perché l'errore ci sta, quello che non ci sta è che da quel momento fino al fischio finale del primo tempo, la Roma non è stata più in campo, in balia di una Juventus che non aspettava altro per chiudere gioco, partita e incontro. Così è stato. Così è arrivato il raddoppio di Bentancur, al tramonto del primo tempo pure la terza rete di Bonucci che di fatto ha ridimensionato la ripresa all'attesa del fischio finale. Perché, ripetiamo, si può pure perdere, ma è inaccettabile che ci siano stati quei venti minuti giocati, anzi non giocati con l'anima che sarebbe servita per continuare a sentirsi in gioco.

È un problema che la nostra Roma si porta dietro da decenni, comprese pure quelle squadre che hanno vinto ma che sicuramente hanno vinto meno di quello che avrebbero potuto fare, pensate alla Roma degli anni ottanta o a quella di inizio terzo millennio, squadre formidabili ma che si sono limitate, si fa per dire, a uno scudetto. Forse dipende dal fatto che non si sa cosa sia l'abitudine alla vittoria e, quindi, nei lunghi periodi di astinenza da trofei, la pressione si fa sentire in maniera sempre più forte al punto che, alla prima contrarietà, la Roma tende a squagliarsi, esagerando nella negatività che può portare soltanto a delusioni. Sono cambiati dirigenti, allenatori, giocatori, ma il problema c'è sempre stato e, fin qui, non si è riusciti a trovare il medico con la cura giusta. Di sicuro il mercato e un'infermeria più vuota, possono dare una mano. Ma senza anima prima o dopo si è costretti a pagare un pedaggio.