Basta chiudere gli occhi e in mente affiorano i migliori giorni della nostra vita. Lo stadio ricoperto di giallorosso, l'indimenticabile smorfia di Totti a Tudor, la bandierina rotta di Cassano con la paternale ammonizione di Collina, la rincorsa di Eriksson, il centimetro di Viola, la moderata esultanza di Nakata dopo un gol che spaccò il cuore a tutta la città, la sontuosa arroganza di Falcao, l'ascesa in cielo di Dzeko, i tackle di De Rossi, persino il cane di Brio. Roma-Juventus sarà sempre l'asticella oltre la quale saltare, la misura della nostra ambizione, il confronto con quello che possiamo diventare senza mai aspirare ad esserlo realmente.

E anche oggi che a Torino è tempo di sostanziosi maquillage tesi a far diventare la squadra degli Agnelli altro rispetto a quello che ha sempre rappresentato (il potere più che il valore, l'arroganza più che l'autorevolezza) è difficile trovare in giro per la città, e forse per il mondo, qualcuno a cui questa squadra ispiri empatia.
In questa realtà si cala oggi Fonseca, uomo elegante e allenatore sopraffino, alla ricerca dell'alchimia giusta per entrare nella (nostra) storia. Di difese a tre o a quattro, o di attacchi a uno o a sei, parliamo altrove. Roma-Juve rimarrà sempre innanzitutto una questione di anima e alla fine del girone di andata ogni tifoso ha bisogno di una risposta. Vincere oggi significa tutto, perdere oggi certificherebbe che la Roma non è ancora pronta. I risultati della partite di ieri mettono ulteriori pressioni a tutte e due: Lazio, Inter e Atalanta non lasciano spazio per ulteriori rallentamenti.

Fonseca ha giocato d'anticipo fissando la conferenza ieri alle 10 e riempiendo di complimenti non banali il suo collega Sarri che si trova oggi in un punto indefinito di una transizione in cui da anni è anche impantanata la Roma, per il presente costantemente precario nell'infinita attesa di Godot. Il prossimo messia ha le sembianze texane di Dan Friedkin, un altro magnate americano che come al solito viene misurato solo per la classifica di Forbes e non, ad esempio, per la qualità dei suoi progetti imprenditoriali, etici e magari anche sportivi. Il suo core business, al netto degli interessi turistici e cinematografici che probabilmente hanno favorito il suo approdo a Roma, suggerisce già suggestivi confronti tra Toyota e Fiat Crysler, pur considerando che il nostro è un distributore e il loro il proprietario.

E si torna al punto di partenza. Sembra sempre abbiano qualcosa in più, sembra sempre che siamo troppo piccoli per parlare, come Ronaldo disse esplicitamene a Florenzi al termine dell'ultimo confronto. Eppure quando cantano quei 60.000 che anche stasera affolleranno lo stadio, rialzando una media modesta ma non così tanto come qualche giornale ha provato a far credere, la voce suona forte, allaga ogni spazio, annulla le differenze, fa sembrare più... alti.

Politicamente i due club sono tornati su posizioni distanti nella recente elezione del nuovo presidente della Lega dopo anni di strategie condivise. Ma il fatto che nella stessa fazione stavolta ci sia anche Lotito non conforta più di tanto. Prima Baldini e Sabatini, poi Baldissoni e Monchi, adesso Fienga e Petrachi sono stati più o meno tutti concordi con le strategie juventine (e ovviamente viceversa) sollevando talvolta anche le perplessità del tifoso medio che non capiva la necessità di stare al mondo così. Ma sempre più spesso nel calcio moderno i cosiddetti grandi club stringono opportunistiche alleanze e non è certo colpa di nessuno se la Roma è politicamente considerata tale e la Lazio, a dispetto di coppe e coppette, no. Sull'arbitro, Guida, meglio non esprimere giudizi preventivi. E l'ipotesi che qualche direttore di gara non abbia a simpatia la Roma per via della presenza di Petrachi è troppo grossolana rispetto all'idea che Nicchi e Rizzoli stanno cercando di trasmettere della classe arbitrale nell'era del Var. Almeno speriamo.