Da mozzare il fiato. E da influenzare il risultato. Due caratteristiche immediatamente associabili agli spettacoli messi in scena dalla Curva Sud. Dagli Anni 80 - quelli del massimo splendore - a oggi, sono state due in particolare le partite nelle quali il settore più caldo del tifo romanista ha sfoggiato i suoi abiti più belli. Il derby; e la sfida contro la Juventus, avversaria calcistica per antonomasia. Con i bianconeri diventa una sorta di lotta di classe: il potere sportivo costituito e sedimentato in quasi un secolo di football da un lato; chi a quel potere si oppone, con la forza delle idee più che con quella delle risorse economiche, dall'altro. Padroni contro popolo. È proprio quel popolo a moltiplicare le forze - vocali e scenografiche - per pareggiare conti che appaiono intrinsecamente impari.

Nell'anno di grazia 1983 la Roma si avvia alla conquista del tricolore e a contenderle il titolo c'è l'onnipresente Juve, arrivata alla seconda stella. Il 6 marzo è attesa per una gara che significa una cosa sola: tutto. La Curva prepara il suo spettacolo fatto di dischetti double-face, gialli da un lato e rossi dall'altro e la squadra sembra recepire il messaggio andando avanti con Falcao (chi altri?), ma Platini e Brio capovolgono le sorti dell'incontro e avvolgono il finale di campionato nel brivido. Che però volerà via con gli infiniti festeggiamenti.

L'anno successivo quel tricolore viene sbattuto in faccia ai rivali sotto forma di palloncini: sono migliaia, accompagnati da altri coi colori del club, che si librano dalla pista di atletica. Ma il più grande spettacolo anche prima del big bang arriva il 6 marzo del 1986. La Roma si avvia a una rimonta fantasmagorica, partita da otto lunghezze di svantaggio (nell'era dei due punti a vittoria).

Fervono i preparativi in vista della sfida coi bianconeri: si vuole realizzare qualcosa di mai visto prima e per farlo c'è bisogno di un lavoro complicatissimo. Vengono acquistati quindici chilometri di plastica per avvolgere ogni settore dello stadio. L'impresa è condotta dai ragazzi del Cucs, coordinati da Fausto Iosa, e prevede misurazioni e tagli al centimetro, permessi di società e questura, rulli dai quali far calare le strisce, prove e coordinazione certosina al momento dell'ingresso in campo delle squadre. Il tutto dura cinque giorni di fatica ininterrotta, con diverse decine di persone coinvolte. Il segnale viene dato da un ragazzo che al centro del campo sventola un bandierone svedese. È l'apoteosi. Le strisce ricoprono l'intero stadio, le telecamere indugiano sui volti di Platini e Cabrini. Sono sbalorditi, ammirati, impauriti. Hanno ragione: finirà in trionfo anche in campo, 3-0. Quella raggiera giallorossa a perdita d'occhio incanta il mondo e fa scuola.

Altro giro altra corsa: la stagione successiva anche se meno esaltante per la squadra continua a esserlo per la Curva, che sfodera ancora una coreografia che colora l'intero impianto, questa volta con fumogeni in ogni angolo. Sarà un caso, ma il risultato è ancora un 3-0 senza appelli.

Lo scontro con la Juve continua a ispirare spettacoli di alto livello nell'Olimpico rinnovato: nel 1993, al debutto in casa, la Sud si colora con oltre diecimila bandierine giallorosse e strisce dalla copertura ai vetri di separazione fra spalti e pista. Il 10 febbraio 2002, con lo scudetto sul petto, anche la Sud rinfaccia lo smacco: tricolore a tutta Curva e un inequivocabile «L'Italia si inchina alla squadra capitolina».

Due anni dopo (8 febbraio 2004), il meraviglioso 4-0 rifilato da Totti e compagni ai bianconeri viene accolto da stelle luminose nelle due parti laterali della Curva e tante bandiere a formare il bianco-rosso-verde da un lato e il giallorosso dall'altro. Sullo striscione in basso, campeggia l'omaggio all'inno di Lando Fiorini: «Bandiere al vento, la Curva Sud è pe' te». Il trionfo parte sempre da lì.