Tutto tace. Che non vuole dire che tutto sia fermo. Anzi. Il gruppo di Dan Friedkin sta lavorando con uno stuolo di collaboratori legali, fiscali e commerciali al dossier Roma calcio. Società per società, nella galassia Roma se ne contano dodici di cui tre dedicate all'odissea stadio, si stanno esaminando conti, pregresso, prospettive, margini di crescita. In sostanza è la due diligence che non è vero, come sostiene qualcuno, che sia stata già definita dallo studio Chiomenti di Roma e dallo stuolo di avvocati e commercialisti che a Houston, Texas, stanno verificando tutto numero per numero.

Ancora nessuna risposta

Allo studio Tonucci a due passi da piazza del Popolo, che in questa vicenda rappresenta James Pallotta e quindi la Roma, almeno fino a ieri, possiamo dire con ragionevole certezza che ancora non è arrivata nessuna proposta scritta, tanto meno si è ripresentato il figlio di Friedkin come qualche voce voleva che si materializzasse. C'è da dire, peraltro, che il figlio Ryan presente a Roma in occasione della quattro giorni di incontri andata in scena un paio di settimane fa, a tutti era sembrato il più entusiasta della possibilità che papà Dan entrasse nella Roma con prospettive, a medio termine, di diventare il proprietario del pacchetto di maggioranza. A proposito delle prossime mosse attese dagli States, c'è da dire, pure qui con più che ragionevole certezza, che le prime operazioni del deal, come lo chiamano quelli bravi, molto, ma molto probabilmente andranno in scena tutte negli Stati Uniti.

Proviamo a spiegare. Da quel poco che è filtrato dopo gli incontri romani tra le parti, l'intenzione dell'imprenditore texano che colleziona aerei da guerra, si è riusciti a sapere che il primo passo per l'ingresso nella Roma, sarà fatto versando i soldi, si vocifera di una prima tranche da centocinquantamila euro, direttamente nelle casse dell'As Roma Spv Llc, cioè la società madre di tutte le altre, quella che contiene circa l'ottantasei per cento del pacchetto azionario giallorosso, ovvero la quota di Pallotta e dei suoi soci. Questa operazione, però, non sarà fatta in Italia, ma direttamente negli Stati Uniti, cioè dal Texas al Delaware, lo stato americano dove ha sede la società sopradetta.

Si farà in questo modo per una semplice, quanto utile, questione burocratica. Perché in Italia con tutta la sua burocrazia, questa operazione potrebbe durare mesi, negli Stati Uniti la questione si risolverebbe in un paio di giorni. Una volta esaurita questa fase, sempre che Dan Friedkin decida di fare il grande passo, si passerà alle fasi successive che saranno determinate da una serie di step. Il principale, come è facile dedurre, è la questione stadio. Una volta, si spera, che arriverà il sì definitivo per il via ai lavori, Friedkin aumenterà progressivamente la sua quota nella Roma fino a diventarne l'azionista maggioranza. Con Pallotta, comunque, che in questa fase di interregno (ma forse pure dopo) rimarrà comunque, se non altro perché ci terrebbe di puntarsi al petto almeno la medaglia della costruzione dello stadio.

La Tanzania

Nell'attesa, ieri, da Houston comunque è arrivato un comunicato relativo alla questione delle aziende che l'imprenditore americano ha in Tanzania e che nei giorni scorsi sono state al centro di diversi articoli (tutto è partito da un quotidiano del Kenia) in cui si denunciavano irregolarità fiscali (e non solo). Il comunicato, ovviamente, è stato di totale smentita: «Le società Friedkin in Tanzania hanno operato nel settore alberghiero e nelle industrie di conservazione in Tanzania per oltre trentacinque anni, duranti i quali abbiamo stretto un forte rapporto sia con il governo sia con le comunità in cui operiamo. Le nostre attività in Tanzania sono motivate dal nostro profondo impegno rivolto alla tutela dell'ambiente e alla beneficenza. Coerentemente alla nostra missione, non abbiamo mai portato soldi fuori dalla Tanzania. Abbiamo pagato miliardi di scellini (la moneta della Tanzania ndr) e investito miliardi nelle comunità locali per aiutare lo sviluppo economico di questo straordinario Paese che amiamo nel profondo. Abbiamo assunto più di cinquecento tanzaniani. Ci opponiamo ai recenti, falsi e ingannevoli nuovi articoli che hanno l'intento di divulgare disinformazione riguardo le operazioni delle nostre aziende in Tanzania. Il gruppo si impegnerà con la massima diligenza in questa operazione e continuerà a cooperare e ad aiutare il governo in tutti i suoi sforzi. Non vediamo l'ora di lavorare con le autorità del caso per portare a termine la questione». Meglio così.