Non ci credete. Davvero, non ci credete a quelli che la ROMA ve la raccontano come fosse una tortura, una colpa da espiare, un buco nello stomaco. Perché quel formicolio, descritto come il bruciore di una pallottola, in realtà non è altro che il volo delle farfalle. Come per l'amore di un adolescente, l'attimo che precede il primo bacio a quella compagna di classe così bella che ogni giorno, aspettandola arrivare a scuola, lo fa stare sulle spine fino all'istante in cui la vedrà comparire. Quell'inquietudine alimenta l'amore, non lo mortifica. Lo esalta, non lo impoverisce.
E così per la ROMA. Così per i giorni che ci dividono da ogni sua partita e, con lei, da tutti i rituali che circondano, prima-durante-dopo, quei novanta minuti che ci sconquassano l'anima come fossero una di quelle giostre che, da ragazzino, ti lasciavano senza fiato. Scendevi stravolto. Ma non vedevi l'ora di risalirci. Ecco... chi racconta male la ROMA, dell'attesa di quel ragazzetto innamorato fuori scuola vi direbbe che è una angoscia, della giostra che far sta male. Non ha capito nulla: siamo d'accordo, no?!? È facile: non è mai stato innamorato. E non ricorda nulla della sua infanzia. Per lui la neve è solamente una cosa fredda, non un fantastico scivolo, qualcosa da lanciarsi per battagliare o costruire pupazzi di fantasia. Per lui la sabbia non è altro che un fastidio che graffia la pelle, che sporca. E non il mattone di ogni castello, il tappeto perfetto su cui rotolarsi, lanciare biglie, giocare a pallone. E allo stesso modo per lui la ROMA è un mezzo, non un fine. Un problema, non una soluzione.

In una canzone molto, molto bella dal titolo "Mai sola mai" Marco Conidi racconta che: «Ci sono stati giorni amari che, c'avevo solamente te e poco altro per star bene. C'eri tu e qualche amico in più, quante volte in un tuo abbraccio, ho preso coraggio». Nulla di più vero: per alcuni, quelli più sfortunati perché costretti in un letto di un ospedale, la ROMA può rappresentare la spinta per aspettare il giorno dopo, l'unica finestra sul mondo che lì fuori non li sta ad aspettare, il filo conduttore capace di tenere in relazione gli amici, due fratelli, un padre a un figlio.
La ROMA, in certe circostanze, è anche questo. E la ROMA, sempre e soprattutto, è una compagna di viaggio che non conosce età, come fosse prigioniera di un incantesimo che ci vede invecchiare mentre lei, stagione dopo stagione, ringiovanisce nei giovanotti che andranno a indossare la sua maglia. La nostra. Perché la ROMA popola la sfera più intima ma al tempo stesso collettiva di ognuno di noi. E non c'entrano nulla il populismo, le frasi fatte o la melassa che circondano una squadra di calcio. Già, perché questa non è retorica, è vita reale. Di emozioni, stati d'animo e circostanze in cui le persone rivoluzionano, per davvero, giornate, ferie e ricorrenze pur di starle accanto: è una cosa vera. E non c'entrano nulla neanche i risultati. Se mia figlia cadrà al saggio non smetterò d'amarla, anzi: cercherò il modo migliore per aiutarla a rialzarsi. E così lei, la ROMA… che se la grandezza del sentimento di ogni suo tifoso fosse rapportato al numero di scudetti o coppe vinte sopravviverebbe nel disinteresse generale mentre, invece, dietro di sé ha un popolo a sostenerla. Perciò no, non ci credete a chi ve la racconta male.
E cestinate pure il "Mai ‘na gioia" perché non ci appartiene e non c'entra nulla con l'idea e l'ideale di ROMA che v'ha inculcato vostro nonno, vostro padre. Perché se questa squadra non avesse avuto il privilegio di chiamarsi ROMA è proprio "Gioia" il nome che le avrebbero dovuto dare per chiamarla, incitarla, cantarla e parlare di lei. Dedicandole un inno. Bello, solare, assolato e assoluto com'è questa squadra. Lei che una volta che ti è entrata nella vita te la cambia per sempre proprio come tutte le cose o le persone importanti che dopo il loro arrivo nulla sarà come prima. Si chiama ROMA, si legge Gioia.