È ancora innamorato di sua moglie il signor Vezio. Sono stati sposati per sessantuno anni: una vita. Poi lei un giorno ha smesso di respirare e pure lui, da quel momento, in pratica ha finito di vivere: sopravvive. Ogni mattina si alza, si fa la barba e poi si dà un par di schiaffi sul viso all'acqua di colonia. Sempre la stessa. Poi si siede sul letto, si mette i calzini, i pantaloni e si infila la canottiera dentro le mutande. La camicia, il nodo della cravatta fatto davanti lo specchio, la giacca e nell'occhiello la spilla della ROMA.

Ogni mattina, tutte le mattine. Pure quando non c'ha un posto dove andare, anche quando non lo sa nemmeno lui da che parte farà il giro di casa una volta uscito. Non importa. Perché lui di tenersi bello lo deve alla moglie che pure quel dannato giorno, anche se ormai stava più di là che di qua, la mano gliela aveva passata in mezzo ai capelli sistemandoglieli e dicendogli: "Non ti lasciar andare. Che quando mi verrai a trovare al cimitero ti vorrò vedere sempre così bello". E allora lui, bello, ha continuato ad esserlo. Tanto che ogni volta che suo figlio, di domenica, lo accompagna a trovarla con quei fiori in mano e vestito di tutto punto sembra un innamorato al primo appuntamento. Che poi, per certi aspetti, è proprio così. Perché lui davanti a lei non prega, racconta. Non piange, sorride. E non abbassa mai lo sguardo: la fissa negli occhi come quando da ragazzetto l'aveva vista per la prima volta passare e non se l'era più tolta dalla mente. E poi, prima d'andar via, si bacia la mano e quella mano la tiene qualche secondo sulla sua fotografia. È più di una carezza. E pure più di un bacio. Il figlio, che ormai è nonno pure lui, a quel punto gli si avvicina e gli mette la sua di mano sotto al braccio e piano, quasi come per non farsi sentire dalla madre, gli dice: "Dai papà, che facciamo tardi per la partita".

Ah ecco, ma allora c'è una partita?!? Perché tanto lo so che ve lo stavate chiedendo... impauriti d'aver sbagliato giornale. No, niente affatto: questa storia parla del signor Vezio per arrivare alla ROMA. Alla ROMA e a quelle domeniche in cui le famiglie si ritrovano e le generazioni si mischiano. Quelle domeniche in cui il tempo sembra prendere un'altra dimensione: due dita sotto al nastro delle pastarelle, l'odore del sugo, i bambini che corrono per la casa e un bicchiere in più di vino rosso che fa bene, fa sangue. Come per il signor Vezio che per giornate come questa si tiene in vita fosse anche solo per il gusto di stare insieme ai figli e ai nipoti e far finta che nulla è cambiato… come se sua moglie, Clara, dovesse uscire da un momento all'altro dalla cucina per chiedere in quanti prenderanno il caffè. Ma adesso zitti, inizia la ROMA. Con il nipotino, Daniele, con la maglietta giallorossa addosso a vedere la partita sulle gambe del papà che non sta zitto un attimo. E il signor Vezio, nonostante le raccomandazioni del figlio, ad accorarsi pure per un passaggio sbagliato perché "Ai tempi di Testaccio non mollavano mai". E poi, all'improvviso, il gol con le urla e gli abbracci, una bottiglia che cade, il tavolo che si bagna e lui, il signor Vezio, che bacia il pronipote che, così piccolo, pensa di stare a vivere semplicemente una partita di calcio invece che ricordi che si porterà dietro per sempre. Quel bacio dato da un uomo di ottantaquattro anni a un bambino di cinque dovrebbero vederlo tutti quelli che ripetono i luoghi comuni sulle partite di calcio, le storielle sui milionari in mutande che rincorrono un pallone.Quelli che ancora non hanno capito che a smuovere centinaia di migliaia di persone non è tanto un gesto tecnico quanto il sentimento che si porta dietro. Come quello per la ROMA del signor Vezio. Che poi, una volta tornato a casa, s'è sfilato quella spilla dall'occhiello della giacca per poggiarlo davanti la foto della sua amata Clara prima di baciarsi, ancora una volta, la mano per accarezzarla e dirle "La ROMA ha vinto". Quella spilla, cinquant'anni prima, gliela aveva regalata lei.