Una volta c'era il generale inverno. Ora si può parlare di generale stanchezza. Almeno per questa Roma che in quattro giorni ha riscoperto l'amaro della sconfitta. Prima in Germania giovedì scorso, ieri sera a Parma contro una squadra che prima di qualsiasi considerazione tattica, ha vinto di fisico, forza, resistenza. Sia chiaro, non vuole essere il tentativo di dare alibi o giustificazioni alla Roma, ma che al Tardini la squadra di Fonseca sia arrivata con il fiato corto, c'è sembrato un dato di fatto inconfutabile, soprattutto nella seconda parte della gara, quando su qualsiasi pallone vagante non c'è stata una volta in cui un giallorosso arrivasse prima del suo avversario.

Il pedaggio

Il rischio che prima o dopo il generale stanchezza esigesse il suo pedaggio, era nell'aria. Anche se la squadra del portoghese era stata brava, fin qui, a nascondercelo e a nasconderselo e neppure la sconfitta di giovedì scorso (cioè neppure settantadue ore prima della partita di ieri al Tardini, elemento che non va sottovalutato e che può trasformare l'Europa League in una trappola micidiale) aveva fatto scattare il campanello d'allarme. Del resto nel secondo tempo a Moenchengladbach c'era stata più Roma che Borussia e soltanto perché il pallone è rotondo e pure un po' maledetto, la gara era finita con un'immeritata (e sporca per via del primo gol con il pallone uscito dal campo nell'indifferenza della quaterna arbitrale) sconfitta. Ma la stanchezza si può mascherare una, due, tre partite, non sette come ne hanno giocate i giallorossi in venti giorni. Forse, ma ci rendiamo conto che parlare a posteriori è sempre facile, sarebbe stato il caso di giocare un primo tempo diverso, cioè aspettare il Parma come loro aspettavano noi. Il dispendio di energie sarebbe stato inferiore e nella ripresa, come successo con Napoli e Borussia, la Roma avrebbe potuto salire di livello con un po' più di fiato in corpo. In ogni caso per fotografare meglio la situazione, facciamo l'esempio di due giocatori: Dzeko e Veretout. Il bosniaco a Parma è sembrato sin dall'inizio l'ombra di se stesso, gli mancava brillantezza e rapidità, di fatto non è mai riuscito a superare un avversario, ha perso quasi tutti i palloni che ha giocato, compresi quelli di testa, non è mai riuscito a creare le premesse per fare male al Parma. Non si può dire la stessa cosa di Veretout, il migliore probabilmente nel primo tempo per poi però andare gradualmente a spegnersi, sfiancato da un lavoro massacrante che ha fatto per sette partite consecutive senza avere mai la possibilità di tirare il fiato anche soltanto per cinque minuti.

I numeri non mentono

Per dare anche un senso numerico a quello che stiamo provando a dire, siamo andati a rileggere i tabellini delle sette partite giocate in venti giorni. Ricordato che a questo tour de force non hanno mai partecipato quattro giocatori (Pellegrini, Mkhitaryan, Zappacosta e Juan Jesus per scelta tecnica), c'è da aggiungere che alcuni giocatori hanno fatto giusto un atto di presenza. In sei hanno messo insieme meno di cento minuti in campo. Da Cristante (gli otto minuti iniziali a Genova contro la Sampdoria prima di farsi male e pure parecchio) a Florenzi (93'), in mezzo i 44' di Kalinic, i 50' di Antonucci e Diawara (appena rientrato), i 67 di Under pure lui reduce da un prolungato stop per un guaio muscolare. In tutto sono stati utilizzati venti giocatori ma la bellezza di nove con un minutaggio superiore ai 500' (Kluivert assente in una partita per squalifica). Poi c'è Pastore (pensa te) a 538', Zaniolo a 556', Dzeko a 586' (parecchi giocati con la maschera), Mancini 599'. Si finisce poi con quattro giocatori che sono sempre stati in campo. Ci sta il portiere Pau Lopez, ma non hanno mai tirato il fiato Kolarov, Smalling e Veretout. Un tour de force massacrante considerando che le sette partite sono state giocate in venti giorni. In questo senso meno male che arriva la sosta, sperando di recuperare qualche giocatore.