Ha il cognome tedesco e da quest'anno l'ha messo anche sulla maglia. A sentirlo, "A. Becker" nato a Novo Hamburgo, sembrerebbe di aver a che fare con con un personaggio della Germania Ovest di Holly e Benji. Invece Alì dagli occhi azzurri è brasiliano, come ha dimostrato con quel chilometrico rilancio d'esterno che - a dispetto di chi lo implorava di allargare a destra, compreso il sottoscritto - si è arcuato fino a divenire una delle poche palle atterrate sui piedi di Džeko nella partita contro l'Atlético Madrid.

Zero a zero, clean sheet direbbero gli inglesi, che per il portiere in una sfida equilibrata può equivalere alla doppietta per il centravanti. Ma stavolta è stato di più. Innanzitutto perché lo dicono i numeri: nove parate compiute, ovvero più di quanto abbia fatto qualsiasi collega nella serata stellata di martedì tra i pali della propria squadra. Di queste, almeno cinque si possono definire decisive. Che sulla decina di palloni avversari scagliati in porta, e a fronte di un solo tiro nello specchio da parte nostra, significa solo una cosa: il risultato è suo.

Eppure il suo debutto nella fase a gironi di Champions League non è consistito semplicemente in una grande partita. Il 12 settembre Alisson Becker, dopo un anno da secondo portiere passato in silenzio, ha deciso non di parlare, bensì di far tacere tutti gli altri. È raro che nel calcio di oggi, in cui il manico del coltello è passato dai club ai giocatori (leggasi procuratori), un tesserato chiamato per fare il titolare accetti di buon grado di essere accantonato in panchina per lungo tempo. Nel suo caso accadde proprio così: comprato a Natale 2015, Alisson arrivò nell'estate del 2016 per essere il numero uno, con Szczesny certo del ritorno a Londra a fine stagione. Ma la permanenza di Cech all'Arsenal consentì a Spalletti di poter chiedere la conferma del polacco, relegando il nuovo arrivato al difficile ruolo di secondo-primo-portiere. Un anno di limbo, di certo non gradito, che non ha però provocato fratture interne.

Le occasioni in cui è stato impiegato nella stagione scorsa, così come le due partite giocate quest'anno in campionato, non gli erano valse la stima di alcuni dei tifosi e di parte dei commentatori, felici di poter gridare al "bidone". Anzi, in loro favore nel giugno 2016 era piovuta dal cielo una sua papera col Brasile durante la Copa América Centenario. Il Brasile? Già, il Brasile, la verdeoro, la maglia da titolare che Alisson indossa dall'ottobre del 2015, cioè da quando giocava ancora all'Internacional di Porto Alegre. E che ha continuato a indossare mentre dava al suo club il lusso di avere due primi portieri. Adesso la porta della Roma è sua. Zittiscili ancora, Becker.