Dal gol al Foggia al rigore al Cesena, dal primo all'ultimo, da una porta all'altra, da nord a sud, tra la terra e il cielo. Da un 28 marzo qualunque a "quel" 28 maggio, tutti i giorni, i giorni di Totti, cioè Totti days. Perché «Totti è la Roma», perché alla fine della favola è arrivato il momento, quello che per molti, Capitano compreso, sembrava non dovesse arrivare mai. Maledetto tempo. Domani, ieri e oggi, con certezza, possiamo affermare che sono stati tre papi, quattro presidenti della Repubblica, troppi capi del Governo e sei sindaci, in venticinque stagioni calcistiche e ottomilaottocentoventisette giorni, a vedere Francesco Totti giocare.

Sunday, Monday, Totti days. Checco ha smesso di giocare e una nuova sfida è appena iniziata. I romanisti lo accompagneranno. Noi lo accompagneremo, lo celebreremo. Noi lo racconteremo, tra passato e futuro, mentre il presente già ci fa ciao con la mano. «Siamo pronti, stiamo uniti», disse il numero 10 della Roma, in un giorno non facile, da Romanista. Ma perché Totti days? Perché la fine di maggio, storicamente, per i romanisti non è un periodo felice, perché si sa che in amore fan presto ad appassir le rose, così per noi, noi Romanisti, che ci sentiamo diversi, ma uguali, però diversi dagli altri, per noi che il passato non si dimentica. Perché nei minuti finali di Brescia-Roma, nel marzo del '93, da quel doppio cambio da parte di Boskov, quando capitan Giannini lasciò il posto a Salsano e sembrò non gradire molto la sostituzione, da quando soprattutto uscì Rizzitelli lasciando «il posto al giovane Francesco Totti», la storia della Roma era cambiata nuovamente. L'altra volta era stato Falcao. Stavolta un ragazzo H501. Un fatto storico, «vogliamo un po' esagerare», disse il radiocronista Alberto Mandolesi, senza immaginare, forse, che mai parole si sarebbero rivelate così veritiere. Un-fatto-storico. Per noi romanisti, che nelle curve Sud della memoria custodiamo il nostro tempo, capitani e bandiere. Tutto così semplice, come una sua giocata. Perché una giocata da favola è per sempre. Non so quante ne ha fatte, ma so quante ne ho amate e so quante ne ho avute e quante ne ho conservate nel cassetto delle sciarpe, dei ritagli ingialliti dal tempo dei giornali del cuore. Tutte, praticamente.

Fino a quel calcio d'angolo del 28 maggio scorso, all'ultimo secondo dell'ultimo minuto di recupero. A quella palla stoppata dalla vita, perché è così che va e va lasciata andare. Quando poi il "bimbo de oro" ha preso la parola e con un filo di voce, romanamente, ha esclamato: "Eh, facile per voi…". No, manco per niente. E ha chiesto silenzio: "Sssh!". Perché il momento era cruciale, era il momento di dire due parole, solo due parole. "Vi amo". Era come se, lentamente, Totti era sempre meno Totti e sempre più Francesco, con la paura del giorno mai arrivato. Difficile, allora, immaginare così nitidamente che presto il suo cognome sarebbe diventato "AS Roma". Come un biglietto da visita, come una giacca e come una cravatta.

Era ancora il tempo di quelle scale della curva salite di fretta, con una mano stretta in sicurezza e l'altra sul tamburo dell'anima. E con lo zaino pieno di panini con la frittata. Il tempo della nebbia giallorossa da respirare. Era tornato uno di noi, immerso nel ciclo della vita, con il casco a via del Corso, a spasso con Ilary. Perché Totti days? Perché se è vero che la paura è una certezza, è ancor più vero che la certezza è una paura. Ma un Romanista non abbandona un altro Romanista, un Romanista torna. Perché essere Romanista è già un trofeo, un vanto che gli altri non potranno mai avere. Una storia da tramandare, come una favola, da saper raccontare ai nostri bambini quand'è l'ora muta delle fate. Perché Francesco Totti, in realtà, per ognuno di noi, non è mai esistito e noi supereremo questa fase, senza superarla mai.