Verrebbe quasi da pensare che sia bastato un arbitro in grado di fare il suo dovere per vedere la Roma trionfare davanti ai suoi tifosi entusiasti, ma significherebbe forse non godersi appieno una serata fantastica, con una Roma che si potrebbe definire testaccina se non fosse più azzeccato definirla fonsechiana. Il 2-1 al Milan con cui si è tornati a vincere in casa 38 giorni dopo l'ultima volta dice meno rispetto a quel che è stata la serata dell'Olimpico, semipieno e caldissimo come certe storiche nottate, con la Sud in versione deluxe e persino una doppia coreografia, una in Sud e una in Tevere. Dicono di più le facce, in una serata così. Quella mascherata di Dzeko che pur di far gol salta senza protezione e va a segnare di testa e quella di Zaniolo che dopo il raddoppio al 13' del secondo tempo (tre minuti dopo il momentaneo pareggio di Hernandez) si china sul cuore e bacia più volte quel logo chiamato Roma; quella di Cetin che per sostituire lo stremato Spinazzola viene preferito a sorpresa a Santon (che entrerà poi a far mucchio nel 5-4-1 finale) e a Florenzi e non si spaventa di tentare un dribbling spavaldo in difesa alla prima palla toccata; quella di Fonseca che esulta finalmente senza dover calmare i suoi nervi o quelli dei giocatori; quella di Pastore che sfodera la miglior prestazione proprio alla terza gara consecutiva, quando si pensava che non ne potesse fare neanche due; quelle di Mancini e Veretout che andando a casa dopo la partita avranno inseguito pure tutti i passanti incontrati per strad; quella di Smalling e Kolarov che hanno giocato e vinto mille battaglie in carriera e per questo insegnano ancora a tutti come si fa.

Fonseca li ha dovuti schierare tutti insieme appassionatamente, tenendo in panchina Florenzi, che non è certo un attaccante, e un manipolo di difensori e di ragazzini della Primavera, rischiando la giocata azzardata (non avendo cambi offensivi per un eventuale finale sprint) e incassando con maggior gusto tutta la posta. Eppure all'inizio è stato il Milan a spaventare Lopez più di quanto non sia riuscita a fare la Roma dalle parti dell'enorme Donnarumma. Questo strano mix tra muscoli europei e tango argentino messo in campo dal tecnico giallorosso, con difesa e mediana di fango e ardore incentrata sui giannizzeri Mancini e Veretout a copertura della terza linea (con Fazio a tenere alta là dietro la bandiera sudamericana) e una trequarti che pareva una milonga, con Perotti e Pastore a danzare, Dzeko a rifinire e Zaniolo a mettere muscoli e sostanza per tutti, con la qualità di cui solo quelli come Capello ancora non si sono accorti (e il coro insolente della Sud lo certifica). Davanti il Milan che pareva quello di Giampaolo, perché sarà così con Pioli e forse pure se dovesse scendere ad allenarli Guardiola: perché è una squadra fatta di mezzi artisti che in una serata possono anche farti divertire, ma che a lungo a andare diventano stucchevoli come i tiri di Calhanoglu, le piroette di Suso, le veroniche di Paquetà o gli strappi di Leao. Né li salva il pragmatismo di Kessie e Biglia. Ma a volte Donnarumma sì, perché quando si distende occupa tutta la porta ed è merito suo se all'intervallo il Milan è sotto solo di un gol.

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Nel taccuino le prime tracce sono proprio dei bianchi di Pioli, con approcci solidi sulla trequarti, ma tiri mosci come da copione, e infatti le cose di sostanza le regala la Roma, al 17' con un passo di danza tra Perotti (di testa) e Pastore, destro di prima dopo il rimbalzo a sfiorare il palo, poi al 19' El Flaco addirittura in versione mastina su Kessie prima gli strappa il pallone dai piedi poi conclude ancora di destro angolando troppo il diagonale. Ma la Roma resta sorniona, non vuole scoprirsi e sa di dover gestire le energie, nel bel mezzo di una successione di partite lunghissima da affrontare in questa clamorosa emergenza. Così ci provano ancora Calhanoglu e Suso (ma Pau vigila) e la Roma invece fa sul serio: al 37' Zaniolo fa partire un grandissimo diagonale quasi da fermo su cui Donnarumma deve impegnarsi in tuffo. E sul corner, e il minuto è già il 38', Veretout calcia forte nel solito modo forte verso il primo palo, Mancini si fa trovare pronto all'appuntamento (quello dove di solito svetta Cristante) e devia di mezza testa e mezza spalla sul secondo palo dove Dzeko, che da quando ha la maschera evita le zone più affollate, troneggia spaccando la porta incocciando di fronte così forte che la mascherina stessa gli cala sul naso. Poi quattro minuti dopo ancora i due argentini combinano a perfezione, el monito ancora in rifinitura per el flaco che scarica un gran destro dopo una finta che però non inganna Donnarumma che gli si para davanti e devia di collo, guancia, spalla, insomma devia.

Dopo l'intervallo la Roma è ancor più determinata, sfiora due gol con Kolarov su punizione e Smalling su calcio d'angolo e quando meno te l'aspetti subisce il pareggio, al 10', con la difesa scaglionata male su una palla uscita da un fallo laterale a destra e mandata in area dalla parte opposta, con Spinazzola a dover guardare due avversari, Hernandez che ne approfitta nel controllo in area in contromovimento e Smalling che nel tentativo di opporsi al tiro devia imparabilmente alle spalle di Pau Lopez. Ma è un attimo lo scoramento, perché una pressione alta della Roma tre minuti dopo consente a Dzeko di rubare il pallone a Calabria (sostituto fresco di Conti) e servire in taglio Antonucci (appena entrato pure lui per Perotti), ma la deviazione disperata di Musacchio serve Zaniolo che ha il tempo di piazzare il sinistro a giro spiazzando Donnarumma. Con spirito fantastico la Roma saprà gestire il vantaggio fino alla fine, sfiorando il terzo gol con Mancini di testa e Zaniolo di piede, assorbendo gli attacchi scombinati del Milan, registrando l'esordio di Cetin e pure Santon quinto di difesa con Dzeko a volte quarto di centrocampo. Tutto si fa per questa Roma, la Roma di Fonseca.