Quel Fonseca spettinato e furente, che si avvicina a Massa subito dopo il triplice fischio di Roma-Cagliari, racconta meglio di qualunque altra immagine lo stato d'animo dei romanisti in quel preciso momento. È la rabbia di chi si sente defraudato, vittima di un'ingiustizia, e semplicemente non riesce a starsene zitto. Perché no, perché le ingiustizie si combattono sempre. Anche con toni concitati, nell'adrenalina del momento. La stessa che porta Nuno Romano (nomen omen...) ad applaudire ironicamente il direttore di gara, così come era invece corso a festeggiare con la squadra sotto il settore ospiti del Dall'Ara dopo il gol di Dzeko all'ultimo respiro.

Paulo a difesa della Roma. Gli sono bastate poche partite per conquistare i tifosi giallorossi, o quanto meno per farsi apprezzare. Perché, ben più dei risultati ottenuti sul campo, a volte quello che conta è il modo in cui reagisci agli attacchi altrui, agli sghignazzi di opinionisti di un'emittente che fin da subito ti tratta con sufficienza mista a divertito compatimento. Fonseca, ai microfoni di quell'emittente, innanzitutto chiede scusa: «Ho esagerato, senza però mai mancare di rispetto all'arbitro - precisa immediatamente - Ho meritato l'espulsione, su questo non c'è dubbio». Signorilità, si chiama. È una qualità che non si compra al supermercato, né si acquisisce comparendo in tv come opinionista. Paulo (che nel frattempo ha rimesso a posto i capelli) spiega proprio agli opinionisti di quell'emittente l'accaduto: dà loro una lezione, perché evidentemente l'accaduto era sotto gli occhi di tutti, tranne loro. Paulo chiede scusa, ma non arretra di un centimetro. E oggi, assieme a Nuno Romano, si appresta a ricevere la squalifica che - inevitabilmente - arriverà.

Ma il carattere, la grinta, la rabbia e l'orgoglio (senza pregiudizio) messi in mostra domenica pomeriggio ci consegnano un Fonseca inedito, "cazzuto" se ci passate il termine: uno che non ci sta a essere preso in giro, men che meno da chi siede nei salotti televisivi, da chi istituisce tavole rotonde sulla conduzione arbitrale solo quando questa penalizza determinate squadre, mentre invita ad "abbassare i toni" quando la direzione di gara penalizza la Roma, o il Lecce o l'Udinese o il Tor Tre Teste.

Se sul campo la Roma ha ancora tanta strada da fare, Fonseca ha già conquistato un posticino nel cuore dei suoi tifosi, come scritto proprio ieri sulle colonne di questo giornale. Perché ha alzato la voce, perché non c'è stato. E Dio sa se nella passata stagione non avremmo avuto bisogno di una persona che facesse proprio questo, senza limitarsi a chinare il capo con rassegnazione molle. È la rassegnazione che ti fa prendere sette gol a Firenze in Coppa Italia, che ti fa perdere un derby senza nemmeno giocarlo.

La cravatta e i capelli fuori posto, il grugno, la carica, persino il semplice linguaggio del corpo domenica hanno parlato ai romanisti. E hanno lanciato un messaggio chiaro: "sbaglieremo, cadremo, ci rialzeremo e probabilmente cadremo di nuovo, ma non smetteremo mai di lottare e di incazzarci". È il manifesto presentato anche da Petrachi nella conferenza di insediamento: il senso di appartenenza, l'orgoglio e la fame. Chi non ce l'ha, è fuori. Chi non regge la pressione, «vada a coltivare le patate»: testuali parole del portoghese giusto alla vigilia della sfida con il Cagliari. Paulo quella pressione l'ha affrontata a petto in fuori, domenica pomeriggio. E l'ha messa al tappeto più tardi, con pacatezza, dopo aver chiesto scusa. Da qui si riparte: dalla sana, sacrosanta, benedetta e fondamentale incazzatura di chi non vuole che la Roma venga presa in giro. Perché, come diceva quel celebre film, «Altrimenti ci arrabbiamo».