Non è mai stato il suo mestiere fare gol. Ma De Rossi ha sempre avuto in dote le reti libera tutti. Quelle che hanno fatto sognare, mandato in estasi, affrancato da momenti durissimi o comunque rappresentato qualcosa di estremamente romanista. Proprio come lui.
Sessantatré gioie sfrenate che in realtà sono molte di più, perché nelle sue seicentosedici gare ufficiali in giallorosso nessuno ha esultato come e quanto lui, spesso nemmeno il giocatore di turno che metteva la firma sul tabellino. L'iconica vena gonfia sul collo nasce all'inizio della sua carriera in prima squadra e si perpetua in contemporanea a ogni rete della Roma. Che quando segna Lei, segna pure lui (anche se non materialmente), in una simbiosi unica non soltanto a queste latitudini, ma in ogni angolo del globo.

Eppure la storia di Daniele in prima squadra vede la luce insieme alle sue reti. En plein nelle prime due casalinghe in A coi due pezzi forti della casa: tiro da distanza siderale contro il Torino, il 10 maggio del 2003, il suo battesimo del gol, paradossalmente festeggiato con meno enfasi rispetto a tutti quelli successivi (braccia larghe e sorriso smagliante, ma nessuna corsa adrenalinica); poi colpo di testa con l'Atalanta, due settimane dopo, quando «il regazzino» comincia a farsi spazio in una squadra infarcita di campioni. Con un tecnico come Capello che difficilmente punta sui giovani, ma in lui già intravede le stimmate del campione al quale consegnare le chiavi del centrocampo. L'anno successivo è già considerato un'alternativa validissima ai titolari, che si chiamano Emerson e Tommasi, due campioni d'Italia. E dopo aver già esordito in Europa anche prima che in campionato (nell'ottobre 2001 contro l'Anderlecht in Champions), bagna anche l'esperienza internazionale con una piccola perla: il gol in Coppa Uefa al Vardar Skopje ha il marchio di fabbrica di casa, del suo Capitano per la precisione: è un cucchiaio di rara bellezza. Il marchio successivo arriva addirittura in uno dei massimi templi del calcio, il Bernabeu, dove una squadra che ha già cambiato due allenatori a settembre, illude tutti nei primi minuti e va in vantaggio 2-0 nella tana dei galacticos: è proprio l'allora numero 4 a beffare Casillas in uscita e a graffiare coi tacchetti il prato madrileno in esultanza stile britannico. È invece tanto improntata al romanismo quella successiva, in casa con l'Inter, quando Totti raggiunge quota 100 e lui completa la rimonta (da 1-3 a 3-3) esplodendo sotto la Sud, talmente deflagrante che quando Dellas prova a fermarlo la sua maglia si strappa e resta un emblema della sua intera carriera. Tutta passione.

Di lì a breve vivrà il periodo più splendente con Spalletti, che lo rende uno dei migliori al mondo nel ruolo, aiutando la Roma ad affermarsi definitivamente anche in campo europeo. Nella serata più amara, a Manchester, realizza uno splendido gol: girata al volo nell'angolo a mezza altezza. Avrebbe conquistato le copertine, se non fosse stato realizzato sul 6-0. Ma il gol della bandiera non può che avere la firma della Bandiera e c'è un che di estremamente romantico anche a Old Trafford. «Bisogna essere orgogliosi di essere romanisti anche quando si perde 7-1», dirà dopo aver punito il Chelsea nella notte che anticipa la calvalcata europea. Cavalcata che passa per la magica notte del 10 aprile 2018 contro il Barcellona: la magia prende corpo grazie al suo rigore del 2-0 e si concretizza in tutta la sua grandezza con la spizzata di Manolas. In una notte di puro romanismo, del resto, non può mancare la firma di chi del romanismo è simbolo. Come quel 16 maggio 2010, quello in cui ricordiamo al mondo intero che «chi tifa Roma non perde mai»: lo Scudetto è di fatto sfumato, ma in un Bentegodi che trabocca di amore giallorosso la sassata di Daniele è un bacio alle migliaia di tifosi accorsi dalla Capitale per sostenere la squadra. E come quel gol a Livorno, ad agosto 2013, quando un altro missile apre il nostro campionato e ci dice che, all'indomani di una dolorosa sconfitta, «eppure il vento soffia ancora». Soffia sempre, per quelli come Ddr, per i romanisti veri. E come il 28 maggio 2017, quando Francesco appende gli scarpini al chiodo: quanto romanismo, in quel pomeriggio; come può non segnare De Rossi? Lo fa, sotto la Curva Sud, praticamente anticipando il Capitano da cui sta per ereditare i gradi. In una partita che rappresenta pertfettamente ciò che siamo, il 16 c'è: grida e alla fine piange insieme a noi. Perché in fondo questo ha sempre fatto: ci ha caricato sulle spalle per guidarci fuori dalle tenebre. E uscire a riveder le stelle.