Ha abbracciato tutti, prima, durante e nell'emozionante dopo partita, senza perdere per un attimo il suo rassicurante sorriso, come a dire a ognuno, come a dirci a tutti, che è solo un saluto, un arrivederci, una porta che si chiude per far aprire il portone di quando tornerà.

Niente lacrime, sono Daniele De Rossi. Niente lacrime, è una sera di festa. Ha abbracciato tutti da quando è arrivato, verso le 18,30, fino al momento in cui ha lasciato lo stadio, riservando l'ultimo caloroso saluto a un bimbetto vispo che a mezzanotte era ancora lì per lui, e lui non s'è tirato indietro come mai è accaduto in questi 18 anni, prima e dopo ognuna delle 616 partite giocate.

Ha abbracciato idealmente l'Olimpico e la sua Curva Sud, forse nella versione più bella di sempre, ma avrebbe abbracciato fisicamente ognuno dei 62304 spettatori, che è un numero più alto persino di quello registrato dal cassiere la sera di Roma-Liverpool il 2 maggio di un anno fa, quando la squadra giallorossa si giocava l'accesso alla finale di Champions League, per dire di quanto da queste parti contino più le storie che i risultati, più le tradizioni che le cose di cronaca, più le bandiere che le promesse sul futuro. «De Rossi è il romanismo», hanno scritto su uno dei cento striscioni apparsi in questa strana e piovosa notte di fine maggio. E forse a Trigoria non l'hanno capito, altrimenti questa uscita di scena avrebbe avuto lo sceneggiatore che meritava. 

Il clou della serata è stata ovviamente il dopopartita, cominciato non alla fine della sfida vinta sul Parma, ma quando lui ha lasciato il campo, alle 22,16, minuto 80,15" della partita, rilevato da Ünder. Daniele s'è tolto la fascia ufficiale, quella della Lega calcio (così nessuno ha dovuto pagare la multa che Ranieri aveva prenotato) e l'ha consegnata a Florenzi, ora definitivamente capitano della Roma, e sotto però è rimasta la sua, come a dire che quella che conta sta sulla sua pelle.

Uscendo ha abbracciato tutti quelli che gli capitavano a tiro, per primo Mazzoleni, il suo ultimo arbitro, poi Bruno Alves, un avversario, e poi via via tutta la Roma e qualcun altro dei parmigiani. Proprio in quel momento a Milano Nainggolan ridava la Champions all'Inter di Spalletti, e dopo l'inevitabile ruggito ispirato dallo speaker Vespasiani, dalla Sud è partito il coro di saluto a Pallotta, uno dei tanti della serata.

Daniele s'è poi seduto in panchina al fianco di Manolas a seguire la partita, senza di lui la Roma s'è smarrita e ha lasciato segnare Gervinho, ma per fortuna Perotti ha rimesso le cose a posto come aveva fatto nella sera di Totti ed è corso fino alla panchina per dedicare all'amico la sua ultima prodezza.

Alle 22,30 la partita è finita davvero, Totti è sceso dalla parte più alta della Monte Mario dove s'era rintanato a seguire la partita col figlio Cristian e qualche amico, e ha guadagnato il bordo del campo con Bruno Conti, mentre la squadra (tutti con la maglia numero 16) e l'intero staff si schieravano ad attendere l'ultimo saluto, e un altro abbraccio. Un enorme dirigibile gonfiabile ha fatto salire verso il cielo una bella coreografia con un bandierone con un'esultanza tipica di Daniele, a far da sfondo alla celebrazione, che poi è stata sobria come tutta la sua carriera.

E dopo un filmato emozionante, che ha bagnato i primi occhi, alle 22,40 è tornato in campo il re, stavolta per il saluto definitivo. Prima lo staff, poi la squadra, infine Ranieri, per un abbraccio infinito e davvero emozionante, al quale si sono uniti anche Florenzi e Pellegrini e dentro ci stavano pure il Colosseo e il Cuppolone. Totti e Bruno Conti, gli altri due monumenti, si sono tenuti in disparte, ma Daniele li ha cercati e riabbracciati, e ancora e ancora.

Per poi cominciare un lunghissimo giro di campo accompagnato da Sarah, e dai tre figli, Gaia, Olivia e Noah, sbaciucchiati a ogni ovazione, per rassicurare anche loro. Ma niente lacrime. E dietro, come uno strascico infinito, tutti gli altri giocatori con mogli e figli, e persino Ranieri, emozionatissimo. Prima la Nord, poi la Tevere e poi l'emozione più forte, per il confronto sotto la Sud.

Il gruppone s'è fermato, poi è andato Daniele da solo, si è inginocchiato e ha baciato per terra, stringendo a sé idealmente la Sud e chi la rappresenta. Poi si è rialzato, si è battuto il petto, si è caricato Noah sulle spalle e ha risposto al coro spontaneo facendo sempre sì con la testa, mentre di fronte gli cantavano a squarciagola «Noi non ti lasceremo mai, al tuo fianco sempre noi sarem». S'è caricato ognuna delle cento sciarpe e stendardi che gli hanno tirato, ha salutato e baciato, ma non ha mai perso il suo meraviglioso sorriso, fin quando non è tornato sotto la Monte Mario, è scattato ancora verso il centro del campo e ha omaggiato di nuovo la sua gente con un inchino riconoscente, per il momento di massima emozione. E poi, come se non fosse lui il festeggiato, se n'è andato per primo, ridiscendendo veloce i gradini che portano agli spogliatoi, per l'ultima volta da giocatore. Ma li risalirà da allenatore.

Si è chiusa così una lunga e indimenticabile giornata bagnata dalla pioggia praticamente senza soluzione di continuità, con le file inevitabili che si erano cominciate a formare già alle 18 ai vari varchi per arrivare allo stadio, con il traffico impazzito e l'assembramento ai tornelli. Daniele è sbucato in campo alle 19,56, annunciato da Matteo Vespasiani, lo speaker dello stadio, e salutato dalla prima forte ovazione, la prima di mille.

In Sud lo striscione "Nei giorni belli e in quelli tristi sei stato la bandiera dei veri romanisti", lui, già emozionato, è scattato in campo per guidare la squadra nel riscaldamento prepartita. Poi ha salutato tutti con un convinto applauso, più lungo per la Sud, poi equamente distribuito per tutti i settori. L'ovazione è continuata ovviamente per tutta l'attivazione muscolare della squadra, con gli olé personalizzati al momento dei tiri in porta, con i gol del capitano salutati come se valessero la Champions.

Alle 20,15 l'applauso se l'è beccata Zaniolo, premiato dalla Lega come miglior giovane della serie A, un minuto dopo De Rossi ha lasciato il campo per «andare a mettersi la maglia», ha suggerito Vespasiani, riattizzando l'entusiasmo, anche di tanti vip schierati in tribuna, da Diego Bianchi a Edoardo Leo, da Ricky Menphis a Materazzi, da Buffon a Claudio Amendola, da Conidi a papà Alberto in disparte con la mamma.

L'entusiasmo ha raggiunto un bel picco al momento della lettura delle formazioni, durante la quale sono piovuti flebili fischi per qualche giocatore (Kolarov, Dzeko e Pastore) ma per il resto è stato un lungo «Oooooohhhhh» di introduzione per l'ovazione dedicata all'ultimo giocatore chiamato, con il numero 16, Daniele De-Ro-ssi, urlato sobriamente per una sola volta, e ci piace pensare che l'abbia voluto lo stesso giocatore.

All'entrata delle squadre in campo la Sud si è messa il vestito delle gran sere, ultima perla di una collezione infinita: spaccata a metà dalle bandierine di due tonalità con la scritta Ddr a contrasto, con due magnifici striscioni, il primo di introduzione «Ci hai rappresentato in campo per 18 anni, da oggi la tua curva rappresenterà te per sempre», il secondo come firma «Siamo tutti Ddr», come la scritta su ognuna delle 15000 bandierine.

Uno spettacolo meraviglioso per rappresentazione scenica e contenuti, per comunicazione e sobrietà, per dimostrazione d'affetto ed efficacia. Poi c'è stata la partita, i cori contro Pallotta, Baldini e Baldissoni, l'emozione per Ranieri che ha pianto in campo per rispondere al saluto e quella dei gol, con tanti altri striscioni che spuntavano qui e lì, prima, durante e dopo, in un'inesauribile corsa all'afflato poetico.

Alla rinfusa ricordiamo "Eternamente nostro capitano", "Lode a te Daniele ultimo imperatore", "Il mio io in campo", "Per 18 anni ci hai onorato, Ddr vanto mai tramontato", "Simbolo di una città, orgoglio di noi ultrà", "Passione cuore amore, sei tu il nostro tricolore", "Ogni cartellino, gomitata, scivolata, tu in campo come noi dietro la vetrata". Mille diversi fermi immagine, tutti stampati contro il suo sorriso. A piangere ci penseremo oggi.