E adesso? Cosa succede? La domanda che dal brusco, orribile risveglio di martedì mattina accompagna i romanisti più spaesati che mai, è la stessa che agita il futuro di Daniele De Rossi. «Ho già un volo prenotato per il pomeriggio del 27 maggio e penserò solo ad andare in vacanza e staccare la spina», sono state le sue parole in conferenza.

Ma è una verità parziale. È vero che il recupero dall'infortunio lo ha tenuto inchiodato a Trigoria ad allenarsi mentre i compagni si godevano le ferie post-natalizie e dopo un'annata simile (e un epilogo tanto amaro) l'esigenza di un break si è resa incombente. È però altrettanto certo che al momento di stabilire le date delle vacanze, non c'era alcuna certezza riguardo la prossima stagione. Come ha rivelato lo stesso Capitano, alla sua età, con la sua esperienza e un contratto in scadenza a giugno, la mancanza assoluta di proposte per il rinnovo da parte del club aveva già indirizzato gli scenari.

Eppure lui sarebbe rimasto. Il condizionale e soprattutto il passato sono obbligati, perché il punto di non ritorno è stato toccato con quello scarno comunicato di martedì, talmente freddo da gelare tutta Roma. Posizione rafforzata - si fa per dire - nel corso della conferenza stampa successiva del giocatore e di Fienga, che nonostante quel che ha cercato di sostenere il Ceo giallorosso, ha evidenziato distanze mai così ampie.

E in occasione della contestazione di ieri alla scelta societaria fuori dai cancelli del "Fulvio Bernardini", Daniele si è prestato al confronto coi tifosi assieme all'attuale (ma ancora per poco) direttore sportivo Massara e ha tenuto a ribadire che «non si torna indietro». Non lo farebbe lui per primo, nemmeno se il club dovesse effettuare una clamorosa virata a "U", che comunque non risulta alle liste.

Tutto deciso dunque. Da una parte e dall'altra. Il clamoroso e traumatico divorzio - nei tempi, nelle modalità e nelle motivazioni, ammesso che se ne trovino - nasce male e si sviluppa peggio. Come tutte le separazioni unilaterali. La prima comunicazione a Daniele risale a venerdì scorso, ma non è il momento di mettere in piazza una decisione che è già nell'aria: c'è Roma-Juventus alle porte e restano ancora aperte le residue speranze di giocarsi la qualificazione alle prossime coppe europee.

De Rossi finisce in panchina, ci resta per tutti i novanta minuti e a fine gara Ranieri rivela che si è trattata di una scelta presa di concerto fra tecnico e Capitano. Poi il day after, quello decisivo, che sancisce la rottura. La società comunica al giocatore la volontà di interrompere il rapporto, lui esprime senza mezzi termini il proprio disappunto e chiede di convocare subito la conferenza stampa per spiegare pubblicamente la sua versione dei fatti. Il resto è ormai storia: alle 8.36 del 14 maggio la nota di Pallotta che ufficializza l'addio, seguita dall'incontro con la stampa.

Durante i trentacinque minuti circa di confronto coi cronisti, De Rossi non le manda a dire. Con la consueta classe anche verbale, senza alzare i toni, ma granitico nella sostanza. Le sue parole hanno il peso dei macigni. Alcune in particolare. «Non ho rancore nei confronti di Fienga e Massara, un giorno magari parlerò anche con il presidente e con Franco Baldini».

Inevitabile che parte della piazza attribuisca la paternità della rottura al versante del club lontano dalla Capitale, con l'aggravante di una sorta di regia occulta, a dare retta alle voci fra i tifosi radunati sotto la pioggia a Trigoria. La realtà è probabilmente più complessa e racconta due visioni agli antipodi: da un lato la volontà del numero 16 di proseguire da calciatore, e fra un anno o due intraprendere la carriera da allenatore; dall'altro l'offerta societaria di un ruolo fra i quadri dirigenziali.

Esigenze inconciliabili già in partenza. Tanto da arrivare in sala stampa con le idee chiarissime e l'umore già definito. De Rossi si è mostrato sereno e a tratti anche sorridente, ma il tumulto interiore in qualche modo è aleggiato. Ed è stato anche visibile poco prima, quando casualmente ha incrociato Totti. Un lungo abbraccio fra i due simboli romanisti e qualche lacrima sui volti di entrambi ha raccontato più di mille parole.