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Il club in lutto

Giacomino "Core de Roma" per sempre

Innamorato della Roma fin dal giorno del suo arrivo. Non ha mai smesso di tifarla: s’è commosso per la vittoria della Conference League

Giacomo Losi disegnato da HotStuff

Giacomo Losi disegnato da HotStuff

Vittorio Cupi
05 Febbraio 2024 - 07:54

Core de Roma s’è fermato e il cuore dei romanisti piange da ieri sera, quando è arrivata la notizia della scomparsa di Giacomo Losi. «Ci hai sempre amato, ti abbiamo sempre amato. Ciao Capitano, sarai nel nostro cuore per sempre». Con queste parole è stato ricordato dalla Roma, citando una sua frase: «Appena arrivato a Roma, mi sono innamorato». Amore vero, perché da quel giorno del 1954 in cui giunse nella Capitale accompagnato da Giorgio Carpi, ha sempre e costantemente dimostrato cosa vuol dire amare la Roma.

Nato a Soncino nel 1935, soprannominato “Mino”, è sì piccolo, ma soprattutto forte e coraggioso: portava le bombe ai partigiani che sparavano dalla rocca del paese. L’esordio in Serie A avviene il 20 marzo 1955, contro l’Inter, ma lui ci teneva a ricordare che in realtà il vero esordio era un derby vinto: 5 settembre 1954, Coppa Zenobi, Roma-Lazio 2-0. «Iovane, dove tu passare non crescere erba», gli diceva Jesse Carver, l’allenatore che portò la Roma in quella stagione al terzo posto, e lui lo fece. Divenuto titolare, lo rimase per sempre, salvo un breve periodo di rapporti non facili con il direttore sportivo Busini, risolti poi dal suo ex compagno di squadra e in quel momento allenatore, Gunnar Nordahl. Uno dei giganti che veniva messo in difficoltà da lui e che quindi sapeva quanto fosse forte. Il primo tecnico ad affidargli la fascia di capitano fu Alfredo Foni per la partita del 15 novembre 1959 a Bari. Sarebbe divenuto capitano a tutti gli effetti a partire dalla stagione 1963/1964, dopo una breve alternanza con Egidio Guarnacci. I due si erano infortunati nella stessa partita, l’8 gennaio 1961 contro la Sampdoria. Losi era riuscito a rimanere in campo zoppicante, infortunato, lasciato all’ala, incustodito perché i difensori della Sampdoria si preoccupavano di marcare gli altri. Nel finale, Lojacono non voleva crederci, quando lui gli chiese di crossare per lui, su un calcio d’angolo. Però lo fece e Losi segnò di testa il gol della vittoria, consegnando all’eternità uno dei momenti più romanisti di sempre. Perché è a questi momenti che va associato l’aggettivo “romanista”, non a quelli sfortunati. Ed è a questi calciatori e a questi uomini, quelli come Giacomo Losi, che va associato l’aggettivo “romanista”. Era già “Core de’ Roma”, non lo divenne quel giorno, perché il soprannome glielo aveva dato Walter Chiari poco tempo prima in una trasmissione televisiva. Lo era già, non serviva quel gesto eroico, eppure ne aveva fatti e ne avrebbe fatti altri.

Nella semifinale di ritorno della Coppa delle Fiere vinta nel 1961 una sua corsa disperata salvò il 3-3 con l’Hibernian. E così si andò allo spareggio, lui non poteva giocare perché il giorno prima era sceso in campo con la Nazionale. Quando i compagni lo videro arrivare in ritiro, gli chiesero in coro di scendere in campo. È sempre andato orgoglioso di quel trionfo: «Era un trofeo importantissimo e ci mettemmo in testa di portare a casa quella coppa». Non gliela toccò nessuno, perché durante il giro di campo non la mollava più.

Nel 1967, contro il Vicenza, si infortuna due volte nella stessa azione e salva due gol. «Losi! Losi!», urla lo stadio, e sembra «Roma! Roma!». Lui non ce la fa, ma alla fine resta in campo, zoppica tutta la partita, sfiora il gol e la Roma resiste, salvando lo 0-0 e il momentaneo primato in classifica. «Lo stadio esultò come se avessimo vinto lo scudetto». Amato sempre, anche nella sventura. In un Roma-Milan del 1962 era stato il migliore in campo, ma la Roma aveva perso per un suo autogol. E la partita era finita sempre al grido di «Losi! Losi!». «Non ho mai sentito la tifoseria della Roma così vicina come in quel momento», ha raccontato più di una volta.

Quando l’allenatore Juan Carlos Lorenzo organizzò la colletta al Teatro Sistina, chiedendo soldi ai tifosi in un momento di difficoltà economica, lui si rifiutò d’incassare il denaro e, con tutta la squadra, lo diedero in beneficenza. Imparò a fare il capitano da Arcadio Venturi, anche se a cedergli la fascia fu Egidio Guarnacci. Ha fatto esordire Giancarlo De Sisti e lo ha chiamato accanto a sé per alzare la Coppa Italia vinta nel 1964. Ha visto crescere Daniele De Rossi e Francesco Totti, che quando lo ha raggiunto a 386 presenze in A lo ha invitato allo stadio per omaggiarlo. Ha sempre difeso gli unici due esseri umani che hanno giocato più partite di lui nella Roma. Quelle di Losi sono state 455 e, come quelle di De Rossi e Totti, avrebbero potute essere di più. Helenio Herrera lo mise fuori squadra all’improvviso all’inizio della stagione 1968/1969. E quando arrivò la notizia della tragica morte di Giuliano Taccola a Cagliari, fu lui ad annunciare l’accaduto alla moglie del giovane attaccante.

Fu importante anche per la Nazionale, quando non era affatto facile imporsi in azzurro giocando nella Roma. Una volta indossò anche la fascia di capitano dell’Italia. «Non ho mai visto un terzino così veloce», disse Francisco Gento, stella del Real Madrid, dopo la sua partita d’esordio. Dove non arrivava col fisico, arrivava con la velocità e così riusciva a marcare sia i centravanti più alti sia le punte più veloci. Ebbe la stima e l’amicizia di Alfredo Di Stéfano, per lui il più grande di tutti. Non è mai stato espulso e quando ha preso la sua unica ammonizione l’arbitro Motta di Monza si è scusato. «Mi dispiace Losi, devo farlo». «Ma era giusto così». Non poteva fare altrimenti, Herrera diceva a tutti gli altri difensori di andare all’attacco e lui rimaneva solo a difendere la Roma. Chiedeva solo di difenderla un po’ di più.

Non ha mai abbandonato il calcio, per un po’ ha fatto l’allenatore, è stato a lungo responsabile della scuola calcio Nuova Valle Aurelia, ha anche guidato la nazionale attori. Ha avuto un legame lungo e intenso con il nostro giornale, che uscì in edicola proprio nel giorno del suo compleanno, il 10 settembre 2004, e con una intervista doppia a lui e a Sergio Santarini, con cui condivideva la data di nascita. Negli anni ha anche firmato molti articoli, condividendo i suoi ricordi di romanista con i lettori.

Non ha mai smesso di tifare per la Roma, fino all’ultimo si è arrabbiato quando perdeva ed era felicissimo quando vinceva. Una delle ultime prove d’amore s’è avuta dopo la vittoria della Conference League a Tirana. Per 61 anni è stato l’unico capitano della Roma ad aver alzato un trofeo europeo. «È bello sapere che da oggi non sono più l’unico», ha detto quando ha visto Lorenzo Pellegrini alzare la coppa. E si è commosso. Oggi il cuore di Roma si commuove per lui.

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