[Continua dalla prima parte] Nella video-intervista rilasciata a Real Vision, lunga un'ora e un quarto, il presidente giallorosso James Pallotta racconta la sua storia di investitore negli ambiti in cui è più attivo, dall'intelligenza artificiale allo sport, dagli e-sports alle start-up, toccando anche temi di economia e di politica americana. L'intervistatore Brian Price ci tiene a scoprire qualcosa in più del Pallotta tifoso: «Da piccolo il calcio non mi piaceva, non lo capivo, non c'era nemmeno la possibilità di giocarlo a Boston. La verità è che pensavo che il calcio fosse il peggiore sport del cazzo nella storia degli sport. Poi mi sono reso conto che è il mio sport preferito, o che quantomeno mi piace quanto il basket".

Prosegue Pallotta: "E se guardo una partita a casa ho cinque televisori accesi in stanze differenti e mi muovo da una parte all'altra. All'Olimpico nemmeno mi siedo. Il mio posto, il numero 13 (è il mio numero fortunato), lo lascio sempre vuoto: sto con Tonino (Tempestilli, ndr) e la guardiamo insieme in piedi sulle passerelle della tribuna».

Oltre a raccontare le proprie abitudini durante le partite, l'investitore bostoniano ha spiegato il suo ingresso nell'operazione che nel 2011 ha portato la Roma in mani americane e che nel 2012 lo ha visto divenirne il presidente: «Sono entrato con altre tre persone come uno dei tre investitori passivi. E ho pensato che poteva essere divertente poter aiutare a costruire un marchio globale, potendo contare sulla città di Roma. Io e altri investitori realizzammo però che il partner che gestiva la squadra non aveva né i mezzi né le capacità, francamente, di governare una squadra di calcio europea. Quasi in automatico ne sono diventato il presidente e ci ho messo molti più soldi.

"Quando abbiamo comprato la squadra, era in grave difficoltà finanziaria", spiega Pallotta. "I precedenti proprietari, mentre sul campo potevano aver fatto un buon lavoro durante alcune stagioni, prendevano soldi in prestito da altre aziende e avevano un enorme debito, soprattutto con le banche, in particolare con Unicredit, che secondo me effettivamente possedeva la squadra. Quindi ci siamo dati un gran da fare per cambiare le cose. Penso di aver passato i primi due anni combattendo con le banche. L'Europa in quel periodo era in crisi finanziaria, perciò era molto difficile lavorare con loro: anche se avevamo un contratto che diceva "devi fare questa cosa", non lo facevano. Ogni cosa era una lotta. Quindi alla fine, dopo alcuni anni, abbiamo risolto tutti i debiti. Abbiamo comprato il debito a un prezzo scontato e abbiamo ottenuto anche uno sconto sostanziale sull'acquisto delle partecipazioni nella società. Penso che probabilmente si pentiranno in qualche modo di averlo venduto nel modo in cui lo hanno venduto».

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