[Segue dalla prima e dalla seconda parte] Chi è James Pallotta? "Il presidente della Roma", soprattutto oltreoceano, non può bastare come risposta. «Sono nato nel 1958 nel North-End (la Little Italy di Boston, ndr), andavo a scuola vestito come John Travolta, con la camicia aperta e la medaglietta di Sant'Antonio. Ordinavo dodici libri a settimana ed è ciò che mi ha salvato, più di ogni cosa. Dopo l'università ho lavorato come scaricatore di camion ortofrutticoli alle 3 di mattina e alla Polaroid come guardia privata. Poi, prima del Master, ho costruito campi da tennis e da basket in giro per il Massachussetts. I miei genitori mi hanno insegnato il rispetto per le persone. Ancora adesso, quando faccio dei colloqui per assumere qualcuno, lo porto in alcuni scenari dove posso osservare come tratta la gente: camerieri, fattorini, uscieri, tassisti, baristi. Se non li tratta bene, per me è finita: non voglio avere più nulla a che fare con lui».

E poi la sua prima grande passione sportiva, i Boston Celtics, di cui è diventato comproprietario nel 2002: «Sono cresciuto a un isolato dal Boston Garden. Quando ero giovane, con sei o sette amici facevamo una colletta e compravamo un biglietto. Uno entrava legalmente e gli altri salivano sul tetto attraverso le scale antincendio sul retro fino ad arrivare al tetto. Poi quello che era dentro saliva da dentro sul tetto, apriva le porte antincendio e ci faceva entrare. Agli uscieri non importava. Più tardi, invece, con un amico di South Boston che aveva una tipografia iniziammo a stampare biglietti falsi: così mi sono goduto tutta l'era di Larry Bird senza perdermi nemmeno una partita, a meno che non stessi in viaggio. Quattro di noi entravano con un biglietto falso. Non c'erano codici a barre, nelle sezioni 86 e 88 si stava in piedi e guardavamo così tutte le più grandi partite. Era fantastico».

Tra i tanti spunti interessanti offerti dall'intervista (disponibile su realvision.com), anche quello sul perché Pallotta non ami essere intervistato dai mezzi d'informazione specializzati in business (come in questo caso è avvenuto), ma preferisca quelli sportivi: «C'è la cosiddetta "sfiga da Sports Illustrated", in cui ho sempre creduto (una leggenda popolare secondo cui la squadra o il giocatore che conquista la copertina del celebre magazine sportivo è destinato al fallimento, ndr). Da oltre trent'anni riviste come Bloomberg mi chiedono interviste, ma io penso che quando inizi a credertela arrivano i problemi. Ho già abbastanza problemi senza credermela».

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