L'ennesima volta in cui l'ordine naturale delle cose viene ribadito, con la ciliegina che vale il record di vittorie consecutive. L'undicesima sinfonia dell'undici di Spalletti nel 2005-06 arriva al momento giusto, contro l'avversario giusto: dall'altra parte ci sono - appunto - gli altri. Loro, anzi, essi, sognano di rovinare sul più bello il nostro capolavoro, di mettere un freno alla nostra cavalcata. Anche questa volta, però, finiranno a testa bassa, ammainati come la loro "bandiera" che a fine partita scuote mesto la testa in panchina. Vinciamo noi 2-0, come è giusto e normale che sia, nonostante ci manchi il nostro giocatore migliore. È una festa che ha il ritmo brasiliano del cuore di Taddei.

«Po... popoppo po-pooo-po», si canta sotto la Curva Sud. La "Seven Nation Army" dei White Stripes, da poco diventata colonna sonora ufficiale delle gesta giallorosse, risuona fino al mattino in ogni angolo di Roma. È Totti a dirigere l'orchestra, sventolando un bandierone dalla macchina che lo ha portato lì sotto. La caviglia è stata appena operata, ma Francesco non vuole perdersi quello spettacolo per nessun motivo al mondo.

Tripudio giallorosso

Il 26 febbraio 2006 apre Taddei alla mezzora, con una spizzata di testa che sorprende Peruzzi e fa esplodere per la prima volta l'Olimpico. Rodrigo porta la mano sotto la maglia e si batte il cuore, simulando anche una sorta di corsa al rallenty prima che De Rossi e tutti gli altri lo travolgano.  Su una panchina a bordocampo tra la Sud e la Monte Mario, Totti e Bruno Conti fanno festa. Figli di Roma, capitani e bandiere: tutto quello che non potrai mai avere. Sembra quasi naturale, dunque, che a firmare il raddoppio sia un romano e romanista: ci pensa Alberto Aquilani, che raccoglie il passaggio di Mancini e con un piatto destro dal limite dell'area la piazza nell'angolino. Il boato accompagna il numero 8 sotto la Curva Sud, naturale calamita di qualsiasi cuore romanista, mentre Mexes e tutta la panchina sommerge Francesco e Bruno. «A Capita', co' questi qua, pure co' 'na gamba potevi gioca'!», recita uno striscione che ridefinisce il concetto di genialità. Il resto è storia, perché nessuna squadra italiana era mai riuscita in un'impresa del genere: undici successi di fila in Serie A.

Il resto è una festa immensa sotto la Curva Sud, con i giallorossi che indossano la maglia «Forza capitano», Mexes che manda baci ironici a quegli altri e li zittisce portandosi gli indici alle labbra, Cufré che rivolge loro messaggi poco fraintendibili. Si canta fino a mattina, al ritmo della canzone che ancora oggi suona in alcuni dei principali stadi del mondo dopo un gol. È un tripudio che celebra l'ingresso nella Storia e che ribadisce, semmai ce ne fosse stato bisogno, che Roma appartiene a chi ne porta il nome.