Ora il problema sarà pure la sospensione di due mesi che ci sarà nel campionato italiano tra novembre e dicembre del 2022 senza neanche la soddisfazione di potersi godere il mondiale con le partite dell'Italia. Questa storia del mondiale invernale per ossequiare i petrodollari qatarioti era sembrata ad ogni appassionato di calcio di qualsiasi latitudine, tranne quelle degli emirati, una vera e propria porcata, e visto che nel vocabolario i termini ci sono, usiamoli. Aggiungiamoci questa amarezza e il quadro è completo. Nel cervello soltanto la Roma, resta il nostro mantra, e sarà così anche nei prossimi mesi, a maggior ragione. Non dovremmo più fare la conta (con quel misto di orgoglio e preoccupazione) di quanti romanisti potranno andare al mondiale, comunque non dei romanisti italiani, semmai capire dove trascorrere quei due mesi, con l'ansia che deriva da quell'altra ideona che sta maturando in Lega di far fare alle nostre squadre, senza gli interpreti dei mondiali, un torneo amichevole addirittura in Nord America, sai che pathos e che partecipazione.

Dopo il bruciante ko di Palermo non siamo comunque tra quelli che se la stanno prendendo con Mancini, né con Gravina, né con i giocatori in campo, romanisti o meno. Chi sa di calcio, ha visto che l'Italia agli Europei ha sciorinato calcio di altissimo livello ed è stata anche un pochino accompagnata dalla fortuna, altrimenti non sarebbe mai arrivata a vincere il titolo. Ma chi ha visto tutte le partite delle qualificazioni mondiali sa che l'Italia avrebbe meritato di arrivare in Qatar vincendo il proprio girone e non l'ha fatto solo per il destino avverso, in particolare quando prese la forma del piede all'improvviso indelicato di Jorginho nei tiri dal dischetto. La partita di giovedì sera, poi, non ha spiegazioni razionali. Che qualcosa sarebbe andato storto si è capito presto, magari già da quel calcio d'angolo battuto a due col pallone consegnato da Insigne direttamente all'avversario, una roba che non si era mai vista neanche sui campi di prima categoria.

A volte capita che il destino tolga tutti i meriti a una squadra, e tutti insieme. È quello che è capitato all'Italia e non possiamo farne una colpa a Mancini se non per il fatto di avere ancora una volta ripetuto l'errore già commesso da alcuni dei suoi predecessori, quelli vincenti, dando fiducia incondizionata a un gruppo di calciatori non perché nello specifico lo meritassero di nuovo, ma per la riconoscenza dei meriti pregressi. Ecco, ai mondiali non ti ci portano i calciatori premiati per riconoscenza e un commissario tecnico dovrebbe ricordarsi che chi indossa la maglia della nazionale non lo fa solo perché si è guadagnato il diritto in passato, ma perché lo merita oggi più di un altro compagno. Per merito corrente.
Eppure sulle scelte non si può neanche sindacare troppo. L'equivoco su Immobile in Nazionale si sarà finalmente esaurito, ma non è che per far giocare lui stesse fuori Mbappé. Insigne forse ha già la testa al Canada e magari si poteva immaginare qualcosa di diverso in quella zona tra Zaniolo e Pellegrini. E a proposito dei romanisti, Mancini ha giocato una discreta partita, anche se nelle valutazioni in pochi ne hanno tenuto conto. È bastato un erroruccio in un disimpegno nel primo tempo per far piombare la sua valutazione addirittura al quattro, ma allora si doveva tener conto del fatto che il gol è stato preso proprio quando è uscito. Pellegrini ha giocato poco e fuori posizione, ha avuto una palla per guadagnarsi la gloria e non l'ha sfruttata, ma non è certo da quello che si può giudicare la sua prestazione. Zaniolo e Cristante avrebbero forse avuto qualche chances nella partita successiva. Si vedrà adesso chi si porterà il ct in Turchia per la più inutile delle partite ufficiali che siano state mai disputate da una nazionale italiana.
La cosa che fa più tristezza è che sono tornati a starnazzare i profeti del disfattismo, come se invece i segnali di bel gioco che arrivano dal sistema calcistico italiano non abbiano rappresentato un'inversione di tendenza rispetto al nulla cosmico di qualche anno fa. Persino Moggi ha twittato: «Interroghiamoci sul calcio italiano». Sì, questo è giusto farlo. Lui invece delle sue malefatte ne ha per fortuna dovuto rendere conto in altri tipi di interrogatori. Il calcio italiano, purtroppo, è stato colpito a morte da lui e dai suoi compari, con la compiacenza dei giornali che ne assecondavano le deliranti vanità prima che le insopportabili ingerenze. Ora è cominciata la lunga opera di ricostruzione e passa attraverso percorsi accidentati in cui le cadute sono da mettere in conto. Da queste però per fortuna ci si rialza.