Guardando a destra e guardando a sinistra sembra tornati alla stagione scorsa. I loghi della Roma e degli sponsor nel parterre basso di tribuna Tevere, gli sbandieratori sulla pista d'atletica ma proprio sotto la grande gradinata mai abbattuta rispetto allo stadio degli Anni 60. Tutto insolito, come il pomeriggio di ieri che si è fatto subito sera, già entrando nell'impianto del Foro Italico significativamente svuotato dall'ultimo decreto non tanto del Governo, stavolta, ma della Lega Serie A stessa che ha deciso di autocensurarsi: in 5.000 massimo sugli spalti. Sia all'Olimpico, svuotato, che puoi sentire la voce del singolo tifoso che strilla qualcosa a un giocatore, al Penzo di Venezia, riempito e quasi come se fosse due settimane fa. Curioso.

Eppure i 5.000 hanno fatto rumore, il rumore degli amici, come direbbe Mourinho. Hanno provato a organizzarsi. Un piccolo Olimpico, con rappresentanza variegata, su due tribune. Suddivisi tra la Tevere e la Monte Mario, i fortunati estratti, disposti a scacchiera, come da disposizioni governative, ma bisognosi anche di cantare e di incitare la squadra con i classici cori partiti al fischio d'inizio, dopo aver canto insieme gli inni dei colori giallorossi. Per ritrovare i tre punti, soffrendo un po' più del dovuto per non essere riusciti a chiudere l'incontro prima, e per incitare la squadra soprattutto nel momento di difficoltà finale. E, dulcis in fundo, per partecipare al "battesimo" di Sergio Oliveira, protagonista del gol sul rigore che ha deciso la gara e autore di una prova di personalità.