La rivincita non c'è dall'8 dicembre 1929, altro che 26 maggio. La rivincita non deve - non può - esistere. Rivincita di cosa, poi? I colori di Roma, i figli di Roma, il nome di Roma (che è anche il simbolo della loro eterna sconfitta) li portiamo noi. E allora, di cosa stiamo parlando? Tutto ciò che è venuto dopo fa numero, statistica, e nulla più: è un chiacchiericcio che non racconta niente di importante, che non aggiunge nulla, anzi, infastidisce.

Perché la prima volta che affrontammo quegli altri, ospiti a casa loro che erano ospiti a casa nostra, vincemmo noi. Ricordando loro che finalmente la Capitale aveva una squadra, una sola, nata dalla fusione delle tre squadre che l'avevano rappresentata fino a quel giorno di fine primavera del 1927. Era il giorno dell'Immacolata Concezione, il giorno in cui fu concepita la nostra superiorità nei loro confronti. Esisteva da sempre, fin dalla notte dei tempi, se possibile anche da prima che la Roma nascesse. Perché la Roma non è nata: la Roma c'è sempre stata.

Si giocò allo stadio della Rondinella e quella partita che chiamiamo derby ma che in verità non è mai stato un derby lo vinse l'unica squadra che avrebbe potuto - e dovuto - vincerlo. Uno a zero. "La vittoria perfetta", la definiva qualcuno in altri tempi. Un risultato deciso da un gol di "Sigghefrido", Rodolfo Volk, l'uomo delle prime volte. L'uomo che segnò il primo gol in Serie A della nostra storia, il 6 ottobre 1929 contro l'Alessandria e che giusto un mese dopo, il 3 novembre segnò il primo gol a Campo Testaccio nel 2-1 inflitto dalla squadra di Burgess al Brescia.

Per la prima sfida contro quegli altri, le cose non sarebbero potute andare diversamente. Al 73', con un movimento dei suoi, muovendosi incontro alla palla e liberandosi della marcatura avversaria, con un potente tiro rasoterra ad incrociare sentenziò ciò che tutti già sapevano. Ciò che già sugli spalti era evidente, come racconteranno i giornali del giorno dopo. L'edizione del 9 dicembre de "Il Littoriale" scriverà quanto segue: «Sapevamo che a Roma la maggioranza del pubblico volge le sue simpatie ai giallorossi...». Potremmo anche fermarci qua, ma andiamo avanti: «...credevamo tuttavia che anche gli azzurri avessero messe di simpatie». Azzurri. Azzurri. Perché in fondo non sanno bene neanche loro che colori hanno: blu, azzurri, celesti? Interrogativi degni del Principe di Danimarca di shakespeariana memoria. «Ci siamo dovuti ricredere - prosegue "Il Littoriale" -. I nove decimi dell'immenso pubblico che ha gremitolo stadio della Rondinella agitavano bandierine giallorosse, rincuorando i beniamini! Si può dire obiettivamente che la Lazio ha giocato... in campo avversario».

In campo avversario. A Roma. Era il 1929 e già tutto era chiaro, limpido. L'aveva detto anche il Presidente Renato Sacerdoti, alla vigilia della gara: «Tutta la città è con la Roma». Parliamo di circa novanta anni fa, mica di ieri. A determinare la superiorità giallorossa pensano Ballante, Barzan, De Micheli, Ferraris IV, Degni, Carpi, Benatti, Dalle Vedove, Volk, Corsanini, Chini Luduena. Tre di loro saranno ricordati dalla Curva Sud nella coreografia dell'11 gennaio 2015, per ribadire loro "il nostro vanto che non potranno mai avere". Che non hanno mai avuto. A scrivere una volta per tutte una storia già nota fu appunto Rodolfo Volk, "Sciabbolone", con due b. Perché "l'ala centra, Vòrche tira e segna", perchè è "un mago pe' segnà", come ricorda la celebre canzone. Un mago davvero, se si considera che in cinque anni e 157 presenze in campionato realizzerà 103 gol. Altri tempi, forse, ma quando la palla ce l'aveva lui gli avversari s'aspettavano il gol da un momento all'altro.

«Io non penso, io tiro», è una delle più celebri frasi che gli vengono attribuite. Soprattutto se gli altri vestivano la maglia bianco-blu/azzurra/celeste, verrebbe da dire. Nella sua carriera in giallorosso, il bomber di Fiume gliene fece sette nelle gare ufficiali. Altri due se si considera anche un'amichevole disputata all'inizio del 1931. Un Da Costa ante litteram, insomma. Che fece innamorare le donne romane con la sua zazzera bionda e i tifosi con i suoi tiri secchi di collo, che perse la prima moglie e poi, dopo essersi risposato, perderà anche dei figli. Che, appesi gli scarpini al chiodo, finirà a fare l'usciere al CONI e, ormai anziano, andrà a passare gli ultimi giorni della sua vita nella casa di cura di Nemi "Villa delle Querce" grazie all'interessamento di Fulvio Bernardini. Lì ricorderà spesso quell'8 dicembre 1929 quando, intorno alle quattro del pomeriggio, ricevette palla da Ferraris IV e, dopo averla lasciata sfilare, fulminò il portiere degli altri con una "sciabbolata"delle sue.

Lì si spegnerà, ad ottobre del 1983. Con la Roma Campione, giusto qualche settimana prima di un'altra partita contro quegli altri. Quella del 23 ottobre, quando la Curva Sud si rese protagonista del più grande messaggio d'amore di sempre. Quello definitivo, quello che ribadirà una volta per tutte ciò che tutta Roma già sa, tutto ciò che già sapeva, tutto ciò che ha sempre saputo. Fin dalla notte dei tempi. "Ti amo", scriverà la Sud. Perché così è sempre stato e così sempre sarà. E non solo per i colori e per la storia, ma anche e soprattutto per quell'atmosfera che aleggia da Testaccio a Trastevere, dalla Garbatella a San Lorenzo: è qualcosa a metà tra un'entità incorporea e un sentimento, una condizione dell'anima e una necessità del corpo. È tutto ciò che ci fa vivere. Da sempre e per sempre.