«Eravamo una grande squadra, senza quel pareggio contro il Livorno lo scudetto era nostro». Mauro Esposito viaggia nel tempo e va a quella stagione, la 2007-08, che è la sua unica (intera) in maglia giallorossa. Solo 17 presenze, dopo le oltre 200 con il Cagliari, condite da 66 reti, eppure Roma e la Roma gli sono rimaste nel cuore: «Non potevo chiedere di meglio: ero in una grande squadra, mi allenavo con grandi giocatori. Non ero pronto, ma non voglio alibi». Oggi allena gli Under14 del Pescara, dopo aver chiuso la carriera con l'Atletico Roma. E avvisa gli uomini di Mourinho: «Vincere a Cagliari non è mai facile».

Come si trova in questa nuova veste da allenatore?
«È un'avventura positiva: quando ho smesso di giocare ho avuto la fortuna di vivere qui a Pescara e conoscere il presidente Sebastiani che mi ha dato l'opportunità di iniziare questo progetto. Allenare i ragazzi è motivo di grande orgoglio. Non mi interessa allenare i grandi, preferisco i più piccoli perché penso di potergli trasmettere qualcosa. Loro ti ascoltano, ti seguono. E vuol dire tanto».

Qual è la dote che cerca nei suoi ragazzi?
«A loro ripeto spesso che devono avere entusiasmo, si devono divertire. Quest'anno poi è il primo anno nel settore giovanile, inizia a essere quasi un lavoro, un investimento. Devono pensare solo a due cose: alla scuola e al calcio. Se hanno una possibilità su cento di fare il calciatore, la devono sfruttare al massimo. Devono dare qualcosa in più. Poi magari non arriveranno in A, ma non ci deve essere il rammarico di non averci provato».

E di giovani ne sa qualcosa quel Bruno Conti che l'ha portata a Roma.
«Un grande. Semplicemente, un grande. L'ho visto di recente, in un torneo dell'Urbetevere, dove c'era anche la Roma Under14. Con Bruno c'è una profonda amicizia, dovuta anche al fatto che ho giocato con il figlio Daniele, a Cagliari, per tanti anni. Il grande calciatore che è stato lo conosciamo tutti, io ho conosciuto anche una persona incredibile, disponibile, sempre lì a darti un consiglio. Nei miei due anni alla Roma, durante i quali ho giocato poco, lui non mi ha fatto mai mancare il suo appoggio. Mi diceva di non mollare mai, che avrei avuto le mie occasioni. Una persona splendida».

Che esperienza è stata quella in giallorosso?
«Io ho avuto la fortuna e la sfortuna, al tempo stesso, di far parte di quella grande Roma. Era l'anno sbagliato, venivo da un grave infortunio al ginocchio e quando sono arrivato a Roma la preparazione non l'ho quasi mai fatta. Non ero pronto a livello fisico ma ero contentissimo, facevo parte di una grande squadra, che non a caso non ha vinto uno scudetto, nel 2008, per soli 3 punti. Una squadra che ha vinto una Coppa Italia e una Supercoppa. Stiamo parlando di una formazione che giocava a memoria con Spalletti e trovare spazio era difficile. Ma non voglio alibi, sono solo grato di aver fatto parte di una grande squadra, di essermi allenato con grandi giocatori. Non potevo chiedere di più».

Di quello spogliatoio che ricordi ha?
«Era una rosa incredibile: oltre a Totti c'era un livello altissimo. Io ero spesso con Taddei, Aquilani, Brighi. Ci frequentavamo anche fuori dal campo, anche se a Roma era difficile uscire senza essere beccati dai tifosi».

Esposito in campo contro il Genoa nel 2007 (As Roma via Getty Images)

E tra i ricordi dei tifosi c'è soprattutto la partita contro il Manchester United.
«Me lo chiedono tutti e a tutti dico che quel tiro l'ho fatto troppo bene, talmente bene che non feci gol. Magari se l'avessi calciata male, la palla sarebbe entrata. Purtroppo quando entri a freddo, in una gara così importante, non è mai facile. Ma quando hai poche opportunità le devi concretizzare e sfruttare al massimo. Ho il rammarico di non aver dato un grande contribuito alla Roma, però per me quell'esperienza è stata bellissima ed emozionante, non la scorderò mai».

E sulla panchina c'era lo stesso Spalletti che è stato avversario domenica sera. Che allenatore era?
«Il numero uno, come ti insegna lui a giocare a calcio ne ho incontrati pochi. Ecco magari mi ha fatto giocare poco… (ride, ndr). Anche in allenamento voleva una squadra che giocasse con fraseggi stretti. Quella Roma con Perrotta dietro Totti, con Vucinic, Taddei, Giuly sulla trequarti, era una squadra che andava dentro che era una meraviglia. E come si alzava la palla in allenamento il mister bloccava tutto, non voleva che si lanciasse. Aveva i giocatori per fare quel gioco».

Veniamo al Cagliari: più di 200 presenze, 66 gol fatti. Cosa sono i rossoblù per lei?
«Cagliari per me è una seconda casa, lì ho vissuto gli anni più belli della mia carriera. È comunque una piazza esigente, piccola ma allo stesso tempo con una storia. Averne fatto parte per sei anni è stato bellissimo: ancora oggi quando vado in Sardegna la gente mi accoglie con un calore unico».

Tornando alla Roma, come giudica questa prima parte di campionato?
«Mi sta piacendo, ho visto la partita con il Napoli e mi ha convinto. Mi è piaciuto il carattere, la voglia di vincere, nonostante la brutta figura in Norvegia ha avuto un buon atteggiamento. L'avvio della Roma è stato positivo, quando cambi allenatore, quando cambi dirigenti, non è mai facile. I risultati arriveranno con il tempo».

La partita di Cagliari che insidie nasconde?
«Vincere in Sardegna non è mai facile. Anche se la squadra è partita in maniera deludente e non ha avuto quella scossa del cambio allenatore. Seguo molto il Cagliari e mi sembra una squadra impaurita, con poche idee. E lì davanti, a parte Joao Pedro, c'è poco».

Servirebbe un Mauro Esposito, ma a partire da domani.
«Servirebbe il tridente di quei tempi. Gente come Suazo, Langella e poi fatemi citare un altro grande. Parlavamo di Totti, il più forte giocatore italiano, ma io ho vissuto due anni di Zola. Giocatore fantastico. Tra i più sottovalutati».