Arrivò nel bel mezzo di una tempesta di reti: la Roma giocava a San Diego, in California, contro il Tottenham, e Robin Olsen, appena arrivato negli States con Kolarov e Fazio, si presentò sulla panchina del San Diego Country Credito Union Stadium e strinse la mano ai suoi nuovi compagni, proprio mentre Mirante, a distanza di qualche decina di metri, veniva seppellito di gol dagli inglesi (quattro in trentacinque minuti, doppiette di Llorente e Lucas Moura). Era un presagio, ma Robin non diede peso alle avvisaglie. Dal giorno dopo si mise al lavoro con Savorani in un sottofondo decisamente spiacevole, anche per lui che non parlava una parola d'italiano: la preoccupazione di tutti, infatti, era quella che nessuno, e men che meno quello svedesone timido e mai impegnato ad altissimi livelli, avrebbe potuto sostituire Alisson tra i pali della porta della Roma.

A poco a poco, lo scetticismo si fece brusio e poi colonna sonora, mentre la squadra giallorossa non prendeva forma e Di Francesco cercava soluzioni a problemi che non sembravano averne. Tra cui, per l'appunto, quello del portiere. Robin fu mandato subito in campo contro Barcellona e Real Madrid. La Roma prese altri quattro gol (lui tre, l'altro Mirante) e poi fu l'esordio nelle partite ufficiali, a Torino, dove una mano non ancora sicura fece sfuggire un tiro senza pretese di Boselli: ma il destino fu tenero, la palla matta scivolò oltre la traversa e pochi minuti dopo un gol di Iago Falque fu annullato solo dal Var. È stata forse la sliding door della sua stagione. Entrato in campo quel giorno, ha saltato solo per due partite lasciando spazio a Mirante, la prima per indisponibilità (a Udine e finì malissimo) e la seconda per turn over (a Plzen e finì peggio). Le altre 23 partite le ha giocate lui, raccogliendo solo due insufficienze nelle pagelle del Romanista: a Bologna, "correo in occasione del primo gol", e in casa col Genoa, quando si macchiò sostanzialmente dei due unici errori della stagione, poi uno sanato dal Var. Gli altri voti indicano meglio di ogni discorso il suo rendimento nelle 23 gare giocate: dieci sufficienze, 7 sufficienze abbondanti, 4 eccellenze, 2 da migliore in campo, curiosamente contro le due squadre più forti affrontate quest'anno, a Madrid e a Torino.

Ma non sono questi i numeri che indicano che la missione di far dimenticare Alisson è (quasi) compiuta. Ce ne sono alcuni che portano ad un confronto diretto e riguardano il girone d'andata giocato da Olsen e i due gironi disputati l'anno scorso dal portiere brasiliano. E va sottolineato innanzitutto come siano aumentati i tiri in porta contro la Roma quest'anno: il numero medio dei tiri subiti da Olsen è 11,06 a gara mentre la media dell'intero campionato scorso era di 8,14 a partita. Mentre l'eccezionale percentuale di parate (rispetto ai tiri) di Alisson (79,56%) è scesa di pochissimo con Olsen (72,62%). Il numero dei gol subiti da un anno all'altro è paurosamente aumentato, insomma, ma non certo per colpa di Robin. La Roma finora ne ha presi già 24 mentre in tutto il campionato scorso furono 28 (con diciassette clean sheets, quest'anno appena quattro). La prova sta nella differenza tra i gol reali e i cosiddetti expected goal. Rispetto a quelli che le conclusioni subite dalla Roma avrebbero dovuto sommare, lo scorso anno Alisson garantì da solo un differenziale positivo mostruoso (-9,9, il migliore della Serie A). Ma anche quest'anno c'è un segno decisamente positivo in rapporto al rendimento del portiere, visto che Olsen ha garantito 3,7 gol di meno rispetto a quelli attesi. Meglio di lui solo Parma, Sampdoria, Juventus e Inter (con l'ottimo -7 di Handanovic).