«Non c'è problema». Recitava così ieri, nel minuscolo impianto del Bodo, all'interno del settore occupato dagli oltre quattrocento, meravigliosi, tifosi giallorossi, gli unici che possono dire di aver vinto, uno stendardo che da decenni accompagna la Roma in giro per il mondo. Magari ci viene da dire, dopo questa umiliazione senza precedenti. Perché un conto sono avversari che si chiamano Manchester United, Bayern Moanco, Barcellona, un altro è prendere sei pappine dalla squadra campione di Norvegia, peraltro migliore di quello che, colpevolmente, si poteva immaginare. Un'umiliazione. Tutti colpevoli, nessuno si senta escluso. Colpevoli, oltretutto, di aver tradito non solo quei meravigliosi quattrocento, ma tutto il popolo romanista che, se qualcuno non lo avesse ancora capito, a questa Conference League ci tiene. Nella lucida consapevolezza che può essere un trofeo ragionevolmente da portare a casa per interrompere un'astinenza da festa che dura ormai da tredici, interminabili, anni.

Magari, dicevamo, non ci fosse problema. Ce ne sono, invece, una marea. In una squadra che nel gelo della Norvegia si è squagliata come neve al sole. Una vergogna. E nessuno si azzardi a cercare anche minime attenuanti, il freddo, il vento, il campo sintetico, il furto di Torino, il pensiero del Napoli. Non possono esserci attenuanti per una figuraccia di queste proporzioni. E che avrà, probabilmente, anche la conseguenza della fine della luna di miele del nuovo corso mourinhano, del percorso di crescita che da queste parti non arriva mai al capolinea finale, del rinnovato entusiasmo che ha portato la gente romanista a fare la fila per abbonamenti e biglietti, felice di poter tornare a vedere la loro, la nostra, e di nessun altro, Roma.

È un tradimento sotto tutti i punti di vista quello che si è consumato ai confini del Polo Nord. Con lo Special One, come si conviene a chi ha il timone della barca, nel ruolo di colpevole, caduto pure lui, nonostante le oltre mille panchine da professionista, nel grossolano errore, certificato dalla storia del calcio, di cambiare dieci giocatori tutti insieme, cosa che può portare soltanto a una figuraccia. Perché va in campo una squadra che non si conosce, che fa fatica a capire il compagno che gli gioca al fianco, che è costretta a pensare per giocare e questo, da quando il calcio è il calcio, vuole dire perdere minimo un tempo di gioco e, quindi, consegnarsi agli avversari. Perché poi non è vero che quando un allenatore manda in campo le seconde linee, la scelta potrebbe rivelarsi positiva nella speranza che chi non gioca voglia far vedere al tecnico di turno che, fino a quel momento, si è sbagliato. Non è mai così, perché è la certificazione di una bocciatura. E ieri sera Mourinho ne ha avuto l'ennesima conferma. E vale zero l'inutile consolazione di aver sempre detto che quando si girava verso la panchina non vedeva giocatori pronti a fargli cambiare idea.

È vero. Perché Kumbulla chissà cosa ha mangiato durante le vacanze, è lento, goffo, impreciso, impresentabile. Perché Reynolds è vorrei ma non posso, e poi il vorrei è da soccer non da football. Perché Borja Mayoral è il fratello scarso di quello visto nella passata stagione. Perché Villar si è perso alla ricerca di se stesso, incapace di azzeccare una giocata, colpevole di mettere in campo sempre un tempo di più con il risultato di essere un peso piuttosto che una risorsa. Perché Darboe non può mettersi sulle spalle la Roma. Perché Calafiori ha bisogno di tempo e di crescere prima di potersi confrontare a questi livelli. Sommate tutto, il risultato è stata la vergognosa Roma di ieri sera.
Se proprio vogliamo trovare uno spunto minimamente positivo dopo l'agonia norvegese, è quello che anche la società non può non essersi accorta di come, a gennaio, ci sarà bisogno di tornare sul mercato per provare ad allungare una rosa che in questi primi tre mesi di calcio ufficiale non ha fatto altro che confermare di essere corta che più corta non si può. Serve un centrocampista in grado di essere il terzo titolare. Serve un esterno basso che possa consentire a tutti noi di non dover rimpiangere Karsdorp quando l'olandese viene lasciato a casa per consentirgli di tirare il fiato, altrimenti a fine stagione non ci arriva. Serve un difensore centrale visti i ripetuti guai fisici di Smalling e la scomparsa di Kumbulla. Servono tre giocatori (suggeriamo: Zakaria, Mazroui, Senesi) per garantire quantità, qualità, personalità, cuore, anima, agonismo, voglia di lottare. E serve, da parte di tutti, un bagno di umiltà. Da fare nel silenzio più assoluto. In questo momento la Roma deve chiedere solo scusa e non aggiungere altro. Le risposte le deve dare in campo. Ai suoi tifosi. Perché magari «non c'è problema».