Doveva venire al Circolo Polare Artico Mourinho per subire la sconfitta numericamente e filosoficamente più umiliante della sua carriera, e se non lo è anche per la Roma è solo perché la sventura di risultati più pesanti è già stata sofferta nel curriculum europeo giallorosso. A Bodø è finita 6-1 e se non avessimo visto con i nostri occhi la partita forse non ci avremmo creduto. 6-1. Contro una squadra, come scrivevamo ieri in sede di presentazione, che tutta insieme vale un po' meno di Diawara. Ecco perché non regge neanche la spiegazione postuma di Mourinho: «È colpa mia perché ho sopravvalutato i miei giocatori. E invece la prima squadra del Bodø è più forte della seconda squadra nostra». E allora qualcuno ci dovrebbe spiegare perché la valutazione di Berg, il regista norvegese, capitano di questa squadra coraggiosa e instancabile, è inferiore a quella di Darboe, ieri schierato con Diawara in una mediana incapace di fare il benché minimo filtro anche per alcuni evidenti errori di valutazione che invece vanno messi in conto a Mourinho. Sta di fatto che adesso la Roma è persino seconda nel girone, dietro gli strepitosi norvegesi, e per non rischiare strani scherzi (passano solo le prime del girone, le otto seconde sfideranno le otto terze dei gironi di Europa League nello spareggio) al ritorno all'Olimpico, il prossimo 4 novembre, bisognerà vincere a tutti i costi. E di sicuro il portoghese non sottovaluterà gli avversari come ha fatto ieri sera.

L'avvio della Roma è stato choccante, il prosieguo peggio. Da subito si sono avvertiti problemi di diversa natura, dalle evidenti difficoltà di ambientamento alla durezza del terreno di gioco e alle rigidissime condizioni climatiche (il vento, più del freddo polare, ha spostato diverse traiettorie in un primo tempo giocato peraltro dalla parte in cui tirava), per passare attraverso le difficoltà tecniche (troppi palloni mal gestiti, per non dire dell'insufficiente livello di prestazione di giocatori che Mourinho non ha troppo calcolato finora, a questo punto si può sostenere che avesse ragione) e anche da una evidente difficoltà tattica sulle pressioni offensive (Villar da trequarti si alzava sul centrale di parte, lasciando il loro faro Berg libero di svariare alle sue spalle, e l'uscita a quel punto tardiva di uno dei due mediani romanisti scopriva quasi naturalmente il lato dove sviluppare le veloci e organizzate transizioni avversarie). Così in campo il Bodø sembrava la Roma brillante dei giorni migliori, e i giallorossi, nella nuova sfavillante divisa blu, faticavano a mettere in fila tre passaggi azzeccati. Con i nove cambi annunciati rispetto a Torino, Mourinho ha provato a dar fiducia a una difesa che aveva in Ibañez l'elemento più esperto (per carità di romanismo bisogna tacere sulla prestazione degli altri tre, Reynolds, Kumbulla e Calafiori), con Darboe e Diawara a rincorrere a vuoto gli avversari a centrocampo e davanti da destra a sinistra Perez, Villar, Borja Mayoral e El Shaarawy a non vedere mai un pallone giocabile. Si parlava spagnolo in campo, e forse per questo con il freddo polare la Roma non si è ritrovata.

Così quasi fatalmente al 20° il risultato era un giusto e meritato 2-0 per gli scatenati ragazzi di casa. Già al 7° una veloce incursione tra Boltheim e Solbakken ha aperto in due il lato sinistro della difesa romanista, con Kumbulla perso nel vuoto e il centravanti norvegese a battere a rete dopo un controllo comodo nel cuore dell'area. Al 16° Konradsen è partito da metà campo ed è arrivato a tirare in area dopo una prima conclusione ribattuta, costringendo Rui Patricio al miracolo, come se fosse un'esercitazione senza difensori, partendo in solitaria per via di quell'equivoco tattico spiegato prima. Al 20° è stato Berg a farsi beffe della difesa, chiudendo un triangolo vicino all'area, controllando senza alcuna pressione e spedendo poi di sinistro, lui destro, un siluro all'incrocio dei pali. 2-0 per il tripudio locale e, cosa più grave, risultato assolutamente congruo. Mourinho, infuriato, deve aver accarezzato l'idea di fare subito i cinque cambi, ma ha dovuto aspettare l'intervallo per mettere mano alla squadra. Nel frattempo però almeno la Roma aveva dimezzato lo svantaggio approfittando della spudoratezza a quel punto manifesta della linea difensiva avversaria, sempre alta ed aggressiva. È bastato, a Diawara, calibrare un lancio sopra la linea difensiva per trovare placido Perez a controllare in area e a battere Haikin di interno in bello stile: poco prima altri palloni simili, sospinti anche dal vento, erano capitati a Reynolds, che però in pratica ha rinviato, e a Mayoral che invece ha fatto passare la palla sperando di controllarla un metro più avanti, ma con un rimbalzo ne ha fatti cinque e buonanotte. E si è capito che la sofferenza non era finita perché all'ultima azione utile del primo tempo Solbakken ha umiliato Kumbulla in un allungo sulla fascia e sul cross di esterno sinistro da destra ha invitato Pellegrino, l'esterno offensivo opposto, alla deviazione di testa, di poco fuori misura.

Al rientro delle squadre negli spogliatoi si vedeva Mourinho sbracciare nervoso, logico pensare alla sfuriata che avrà fatto all'intervallo, chissà quanto rimuginando sui suoi stessi errori. Perché se una squadra, per quanto formata da calciatori non (più) abituati a giocare, in campo non sa come e quando pressare, che tipo di uscita tentare, quando lanciare e quando palleggiare, quando aggredire e quando temporeggiare, è segno quanto meno che quella partita è stata preparata male. E se capitava di vedere Kumbulla sfidare a campo aperto Solbakken significava che qualcosa non stava funzionando, a prescindere dal vento, dal freddo, dal terreno sintetico e dall'entusiasmo autoalimentato dei padroni di casa.

Tre cambi nella ripresa con un gol da recuperare sono parsi il segnale iniziale da cui scatenare l'inferno. Ma i norvegesi non sono stati avvertiti, perché in campo hanno continuato a gestire palleggio e tempi di gioco. Con il loro classico 433 propositivo, la linea dei quattro stretta e alta, la lucidità di Berg e il dinamismo degli attaccanti, non hanno cambiato di un centimetro l'atteggiamento. Dentro Cristante, Mkhitaryan e Shomurodov per Darboe, Villar e Mayoral (i primi tre responsabili per il portoghese), ma Bodø ancora all'attacco. A complicare le cose ci si è messo Diawara che ha provato a gestire un pallone in difesa lasciandolo uscire sul fondo, senza rendersi conto che Sampsted avrebbe lottato più di lui (ah, le motivazioni) per tenerlo in campo, e rimetterlo comodo per Botheim che solo soletto in area non aspettava altro. 3-1 e partita finita lì. Perché poi ci si è messo ancora Mourinho a complicare le cose, sbilanciando ulteriormente la squadra con Abraham e Pellegrini per El Shaarawy e Diawara, lasciando un vuoto enorme in mezzo al campo con un 433 sbilanciatissimo (Miky e Lorenzo intermedi...) in cui non difendeva nessuno. Così nella sfida tra attacchi e difese ha vinto il sofisticato Kjetil Knutsen, l'allenatore 53enne del Bodø, tra i professionisti da tre anni, uno che se digiti il cognome su Wikipedia arriva solo alla terza pagina. In nove minuti i norvegesi hanno perforato tre volte la difesa romanista, con Kumbulla lasciato per strada ancora da Solbakken al 26°, Ibañez che da terra ha mandato in porta Pellegrino per il 5-1 e infine ancora Solbakken che si è infilato nella difesa ormai colabrodo, ha saltato Rui Patricio e ha depositato in rete il gol del vergognoso 6-1 finale.