Simulatore. Ci sono insulti peggiori, ma se di professione fate il calciatore, c'è poco di peggio. In Inghilterra, per dire, i simulatori vengono fischiati dai tifosi della loro squadra, sono additati alla stregua di truffatori, Ravanelli che emigrò in Premier, ma alla fine del primo anno al Middlesbrough fu costretto a tornare indietro perché pizzicato a fare più il tuffatore che il calciatore. Dicevamo, simulatore. Per la giustizia sportiva italiana, Edin Dzeko lo è. Conseguenza di quell'episodio a Napoli in area di rigore che lo vide cadere dopo una spinta di Albiol e un tocco con il braccio del portiere Ospina. Un episodio che irritò parecchio la dirigenza romanista al San Paolo (per chi se lo fosse dimenticato in quel momento i giallorossi erano in vantaggio uno a zero). Anche perché la decisione presa dall'arbitro Massa fu quella di ammonire il centravanti bosniaco per simulazione. Quindi simulatore. Come certificato dal primo grado della giustizia sportiva con tanto di multa per il giocatore (qualche migliaio di euro). In sostanza, oltre al danno pure la beffa. Cosa che non è stata per nulla metabolizzata a Trigoria, in particolare dal direttore generale Mauro  Baldissoni che, una volta arrivata la sentenza di primo grado, ha fortemente voluto che la società facesse ricorso, indipendentemente dall'entità della multa, ma per quella parola, simulatore, che non era andata giù né a lui né a tutto il resto della Roma. E allora il fascicolo è stato affidato allo studio dell'avvocato Antonio Conte, legale che da molti anni segue le vicende giuridiche del club giallorosso.

Presentato il ricorso

E allora Conte che in fatto di giurisprudenza sportiva può vantare un'enorme esperienza, si è messo al lavoro e qualche giorno fa ha presentato il ricorso. Non puntando tanto alla cancellazione della multa che come detto è di un'entità che nel mondo del calcio equivale a una cena di compleanno in un ristorante stellato, tanto meno all'annullamento del cartellino perché questo è impossibile, quanto alla cancellazione della parola simulatore nei riguardi di Dzeko. Un inedito nel campo della giurisdizione sportiva. Già questo fa capire come sarà complesso riuscire a centrare l'obiettivo, ma la Roma vuole provarci fino in fondo. Ancora non è stata fissata la data dell'udienza, del resto non c'è nessun motivo d'urgenza, ma la Roma è intenzionata a giocarsi tutte le sue carte per garantire giustizia al suo centravanti e, se ci riuscisse, aprirebbe una strada che fino a questo momento non è stata percorsa da nessuno.

Corte sportiva d'appello

Il caso, quando sarà ma tutto fa ritenere che entro un paio di settimane dovrebbe esserci l'udienza, sarà affrontato dalla Roma con tutte le carte in suo possesso. Partendo dai filmati televisivi che hanno dimostrato in maniera incontrovertibile come di simulazione non si sia trattato, al di là se il rigore ci fosse o no. C'è stata una spinta, c'è stato un tocco sul piede del gigante bosniaco, quella non è simulazione. Nel fascicolo giallorosso ci saranno probabilmente anche i resoconti delle varie moviole e le testimonianze televisive che hanno parlato in maniera unanime di simulazione inesistente. E non è escluso che all'udienza possa essere presente anche il giocatore. Non sarà facile avere ragione, ma la Roma ci proverà per una semplice ragione di principio perché trova inaccettabile che un giocatore come Dzeko sia assimilato alla parola simulatore per il semplice fatto che non lo è. Il presidente della Corte Sportiva d'appello che dovrà deliberare sulla questione, è il dottor Piero Sandulli, in passato presidente di quella Corte federale che ridusse le pene ai club coinvolti in Calciopoli (Juve, Milan, Fiorentina e Lazio per la quale Sandulli non ha mai nascosto di avere una spiccata simpatia). Ma qui non è una questione di tifo. Qui c'è la necessità di dare a Dzeko quello che è di Dzeko. Semplicemente giustizia.