Wayne Rooney si scaglia contro il governo inglese e le decisioni adottate dalle autorità del Paese nonché dalla FA (la federcalcio britannica) nel pieno dell'emergenza sanitaria che sta investendo l'Inghilterra e il mondo. L'ex attaccante del Manchester United, oggi in forza al Derby County in qualità di giocatore-allenatore, all'interno della rubrica da lui curata per il Times, ha criticato fortemente la gestione della delicata situazione da parte delle istituzioni, ritenute "prive di leadership", in particolare per come hanno affrontato il discorso della sospensione del campionato inglese.

"La salute prima di tutto"

"Il calcio è solo uno sport. Se la vita delle persone è a rischio, questa deve essere la priorità - a prescindere dagli obiettivi per cui si sta giocando, che sia la vittoria del titolo, un posto in Europa o la salvezza. Per i giocatori è stata una settimana preoccupante, in cui si è avvertita la mancanza di leadership del governo, della FA e della Premier League", scrive Rooney. "Quando Boris Johnson ha deciso di non disporre nulla sulla gestione dei campionati, ha rimesso la decisione alla FA e alla Premier League. Ma quando neanche loro hanno preso una decisione, non mi ha sorpreso".

"Le istituzioni non devono sbagliare. So come mi sento: se un membro della mia famiglia venisse contagiato per colpa mia, che ho dovuto giocare anche quando non era sicuro, e si ammalasse seriamente, io penserei seriamente di non giocare più. Non potrei perdonare mai le autorità per questo".

"È stato sconcertante che con tre giocatori del Leicester con i sintomi la decisione era ancora quella di giocare. Poi solo quando si è saputo che Arteta (l'allenatore dell'Arsenal, ndr) aveva il virus, d'improvviso la Premier League ha annunciato una riunione d'emergenza per la mattina successiva. Qual era la differenza? - si chiede Rooney - È perche Arteta è un nome più importante? È parsa la tipica cosa che accade nel calcio: il Leicester non è una squadra grande abbastanza per scatenare il caos, andiamo avanti. Poi appena un club più grande viene colpito, finalmente si prendono le decisioni".

"Non volevo giocare"

"Mentre stavo andando all'allenamento in vista della partita contro il Millwall (prima che l'FA sospendesse le partite professionistiche, ndr), pensavo 'Non voglio partite, non voglio giocare, non voglio mettere a rischio la salute della mia famiglia o dei tifosi'. Dopo la riunione d'emergenza, finalmente è stata presa la decisione giusta, ma fino a quel punto i giocatori in Inghilterra erano stati trattati come cavie".

"Mentre gli altri sport e il calcio in altri paesi venivano sospesi, a noi era stato detto di continuare. Credo che molti giocatori abbiano pensato che fosse legato a una questione economica".