Ti posso citare? «Vabbè sì, tanto sò della Roma, qua so' tutti della Roma, tutti. Pure il coordinatore è romanista fracico, tipo stadio, trasferte…».

La mattina della #nevearoma (eh sì, è stato scritto da tanti con la erre minuscola...), Fabiana ha pubblicato un post e una foto sulla sua bacheca Facebook: «Forse dal Gambia o dalla Nigeria, chissà. Sbuca frastornato da una tenda parzialmente collassata. Gli occhi si fanno enormi. "Che cos'è? Non credo ai miei occhi. Ne ho sentito parlare qualche volta, ma non potevo riuscire a immaginarmela così"».

Nella foto invece si vedono tante orme che partono dal basso della foto e arrivano (o forse vengono) a tante gobbe bianche, che poi sarebbero le tende del presidio, lo chiamano così i volontari del centro Baobab, sulle quali è caduta la neve. Altre foto: qualcuno sul fianco di una tenda innevata ha scritto NO BORDER con un font largo un dito. «Molti vengono da posti dove la neve non sanno nemmeno cosa fosse la neve, ma dopo un po', da che era un disagio forte, facevano pure a pallettate», dice Fabiana.

E mo'? «E mo' noi stiamo qui sempre, durante tutte le stagioni e le cose di cui abbiamo bisogno sono sempre le stesse: ne avevamo bisogno da prima che iniziasse a nevicare e lo siamo oggi che la neve si sta sciogliendo. La neve è una delle varie cose che ci rendono un po' più difficile il vivere per strada, però il problema di base è sempre quello di vivere in strada. Abbiamo bisogno di tende, coperte e legna da ardere. Però chi vuole portare guanti, cappelli e sciarpe magari…». Ogni volta che Fabiana si dà del noi, il modo in cui lo fa, ricorda il noi inconsapevole che il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande recentemente scomparso, usava per parlare di quelli che usano darsi del noi dentro la frontiera (e La frontiera poi era anche il titolo di un suo libro).

Al presidio siamo tutti imbacuccati e tutti più o meno vicini al fuoco. Ci si scalda con tutto: sono arrivate le cassette della frutta, ma ci si scalda anche con cartoni "Cornetto alta qualità - Pasticceria artigianale", eccetera. «Noi facciamo tre pasti al giorno, diamo vestiti» dice Fabiana «ma soprattutto cerchiamo di trasmettergli l'idea che stare a Roma non vuol dire stare in un parcheggio per aspettare i tempi della burocrazia e a deprimersi, perché poi succede questo. Li portiamo a giocare a calcio, a musei, facciamo corsi di italiano e di inglese con insegnanti in pensione che vengono a fare lezione per permettergli di farsi capire quando vanno in questura per la richiesta d'asilo».

Le prime parole che imparano sono "questura", "impronte digitali", "documento", richiesta, e poi "commmissione, commissione, commissione". Non tutte le persone che stanno qui sono solo transitanti, ma anche persone che pur avendo fatto richiesta d'asilo in Italia, avendo ottenuto i documenti poi si trovano per strada per mancanza di alternative. «I tempi per prendere un appuntamento in questura sono lunghissimi», dice Fabiana, «e se non c'è progettualità e un percorso di inserimento torna in strada e di questo non si preoccupa nessuno. Per questo poi i ragazzi finiscono in strada di nuovo».

Tutto, qui, parla: su un muro, vicino a una tenda c'è scritto YES WE CAMP, per terra, sull'asfalto, vicino al fuoco, insieme le strisce bianche del parcheggio, la scritta gialla "Tutti benvenuti", poi il simbolo di due mani che unite fanno un cuore, poi le scritte "cambieremo il mondo insieme" e "Roma siamo anche noi". La neve ormai non c'è quasi più e le tende sono arrangiate per quello che può essere, qualche forato per ancorare le corde delle tende più grandi. Ci sono palloni ovunque: «ma te sempre ai palloni stai a pensà?» mi dice Fabiana. Ma ci giocano a calcio? «Guarda glieli portiamo quasi quanto il pane. Giocano a torello: gambiani, maliani... Pure gli eritrei ci giocano parecchio eh. Ogni tanto guardiamo anche le partite della Roma quando le danno in chiaro: portiamo la chiavetta internet, montiamo il telone e le proiettiamo. Diventano della Roma per questioni di maggioranza nostra. Alle volte ci dicono forza laz(...) per farci dispetto, perché sanno che siamo tutti, quasi tutti della Roma».

E poi manca la voce dei ragazzi, come li chiama Fabiana, ma perché come dice pure lei, forse sarebbe meglio venire qui, scambiare due chiacchiere con loro e «gli si regalerebbe una cosa importante che è la fiducia e la voglia di conoscerli, che non è il mostro dei centocinquanta migranti che dormono dietro la stazione. Ed è così che si smonta la paura». Magari giocando a pallone, magari a torello.