Ancelottismo suona male, meglio Carlismo, è questa la nuova religione partenopea che ha prima sfidato il Sarrismo e ora, sull'onda dei due più recenti risultati europei, si può dire abbia ormai definitivamente soppiantato il vecchio credo presso la maggior parte dei tifosi. Del resto Ancelotti è «Carlo» per tutti, e dunque Carlismo è perfetto.

Per i tifosi, per gli addetti ai lavori, persino per i giornalisti. «Carlo» è l'amico di tutte le squadre e tutte le tifoserie, ha lasciato un pezzo di cuore in tutte le società per cui ha militato da giocatore (Parma, Roma, Milan) e soprattutto da allenatore (aggiungiamo Juventus, Chelsea, Paris Saint Germain, Real Madrid, Bayern Monaco e per l'appunto Napoli). Ovunque in Italia, ovunque nell'Europa che conta. E Carlo ha fatto la rivoluzione dopo la rivoluzione di Sarri. Si dovrebbe chiamare restaurazione, a rigor di logica. Ma in qualche modo lui è considerato più moderno del suo predecessore, essendo peraltro anagraficamente anche leggermente più giovane (cinque mesi per l'esattezza: 10 gennaio 1959 uno, 10 giugno 1959 Ancelotti). Ha questo, di bello, l'attuale allenatore del Napoli: che è capace di rinnovarsi nel solco della tradizione, che poi è quella del calcio all'italiana. Che sia un tecnico straordinario, nessuno può metterlo in dubbio. Per lui parlano militanza e successi, con elenchi lunghi così. Ha diretto le squadre più forti e più talentuose del mondo, lasciando ovunque grandi rapporti e ottimi ricordi, e spesso coppe. Ed ora vuol provarci a Napoli, per la gioia del suo presidente, Aurelio De Laurentiis, che per averlo ha speso quanto non pensava mai di dover/poter fare per un allenatore (6 milioni netti l'anno, a Sarri ne dava un quarto).

Il sistema di gioco

Che cosa ha realmente cambiato Ancelotti da quando è arrivato sulla panchina del Napoli? Intanto, essendo un uomo con un intelligenza decisamente superiore alla media ha capito che non era il caso di promuovere immediatamente l'idea del calcio che aveva in mente e quindi s'è inizialmente appoggiato alla filosofia calcistica del suo predecessore, sia nel sistema di gioco, 433, sia nell'impostazione tattica, lasciando dunque che il gioco partisse sempre dal portiere, che i centrocampisti favorissero lo scorrimento del gioco attraverso il palleggio e che gli attaccanti arrivassero alla conclusione secondo tagli, inserimenti e sovrapposizioni decisamente sarriani, dopo il lunghissimo e rituale possesso palla. Poi, nel giorno del rovescio più inatteso (terza giornata, Sampdoria-Napoli 3-0) e soprattutto in un primo tempo di grandi patimenti, si rende conto che per giocare in quella maniera l'addestramento sul campo deve essere costante e ossessivo proprio come lo intendeva Sarri.

E Ancelotti è uno che sul campo ci sta il giusto, diciamo assai meno di Sarri (c'è chi dice addirittura meno di Benitez, che fu cacciato da ADL anche per questa sua "pigrizia" lavorativa). All'intervallo, quel giorno, ha l'intuizione: meglio un più cauto 442 che consente di coprire maggiormente la difesa e poi tanto davanti qualcosa con quei talenti si combina sempre. Di lì in avanti sarà una passerella, tranne che nella sfida con la Juventus, persa senza mai destare gli entusiasmi (magari a volte frustrati nel risultato) del Napoli sarriano. Ma l'obiettivo è stato raggiunto. E poco importa che lo score del confronto con la passata stagione sia ancora in rosso visto che a questo punto l'anno scorso Sarri aveva quattro punti in più, aveva segnato otto gol in più e ne aveva presi la metà (5) e aveva anche, come si vede nelle tabelle pubblicate qui sotto, diversi indicatori statistici migliori (possesso, palle recuperate, tiri). Comunque, viste anche le difficoltà generalizzate delle altre rivali, il Napoli viene vista oggi come l'unica vera alternativa alla Juventus. E nel frattempo ha decisamente migliorato il suo appeal internazionale.

Il capolavoro europeo

Eh sì perché dove maggiormente Ancelotti ha inciso è nello spirito europeo della sua squadra. Per inseguire il suo sogno tricolore, l'anno scorso Sarri aveva colpevolmente trascurato gli impegni extracampionato. Nelle prime tre partite del girone un anno fa il Napoli aveva ottenuto una vittoria e due sconfitte e subito 5 reti, Ancelotti invece è imbattuto e dopo aver superato i vicecampioni d'Europa al San Paolo ha appena fatto tremare il Psg a Parigi, con una prestazione peraltro decisamente positiva. Va detto che ancora una volta la squadra francese, quest'anno nella versione Tuchel, sembra ancora quella sgangherata rappresentativa di All Star in cui ognuno pensa per sé e Neymar per tutti e se questo impressiona il 98% delle avversarie che affrontano, la musica cambia quando poi di fronte si trovano squadra tatticamente preparate, giocatori di livello tecnico eccelso e allenatori smaliziati come Ancelotti. Con un 4231 che di fatto tagliava la squadra in due tronconi (i 6 giocatori offensivi e i 4 che difendevano la porta di Areola), Tuchel ha sperato di vincere la gara semplicemente affidandosi all'estro del brasiliano e degli altri talentuosissimi attaccanti (davanti a Verratti e Rabiot c'era un tridente con Mbappè a destra, Cavani centrale e Di Maria a sinistra), ma non aveva fatto i conti con la solidità ancelottiana del Napoli, incarnata nel fisico tozzo di Allan, un mastino che ha morso le caviglie degli avversari in maniera incessante fino all'ultimo secondo.

Ma passata la buriana iniziale (in cui più volte i tre tenori hanno graziato Ospina), ha prevalso la maggior sapienza tattica del Napoli, confermando peraltro che a livello di conoscenze sul tema gli allenatori italiani non temono rivali in nessuna parte del mondo. Ancelotti poi gioca comunque un calcio molto aggressivo, tenendo la linea sempre alta e difendendo in avanti, con meccanismi nelle scalate che funzionano molto meglio sul lato sinistro (dove Mario Rui si fa aiutare da Fabian Ruiz) e restano invece bloccati a destra (dove Maksimovic a volte fa il terzino destro, ma Callejon non lo copre mai, quindi resta sempre bloccato) e a volte il terzo centrale, disegnando quella difesa a tre e mezzo che proprio a Napoli consentì alla Roma di Spalletti di vincere una bellissima partita un paio di anni fa. Quando nel secondo tempo Tuchel ha ulteriormente alzato il baricentro disegnando un più compatto 3421 aprendo nuove brecce nella difesa partenopea, allora subito «Carlo» è corso ai ripari, "approfittando" degli acciacchi di Insigne per mettersi col 4231 e chiudere in partenza certe iniziative centrali dei francesi, che a forza di spingere avevano presto trovato il pareggio. Lì poi il destino ha voluto che prima il Napoli trovasse il gol in maniera un po' casuale (su sinistro di Ruiz e involontaria smorzata di Marquinhos Mertens s'è trovato la palla da mettere solo in porta) e poi a due minuti dalla fine del recupero Di Maria sfruttasse un varco per sistemare il risultato sul definitivo 2-2. E ora sono decisamente in corsa per l'insperata qualificazione.

Sua maestà Koulibaly

Detto di Allan e segnalate nei numeri le prodezze di Insigne, bisogna poi soffermarsi sul valore difensivo di Kalidou Koulibaly, il centrale senegalese che con Sarri è diventato grande e se possibile con Ancelotti sta addirittura migliorando, avendo l'orizzonte più coperto dal nuovo dispositivo tattico e potendo oltretutto muoversi con un raggio più ampio nel mutevole sistema di gioco che prevede ora la difesa a quattro e ora quella a tre, in cui lui non per caso finisce sempre a chiudere gli spifferi dalla parte di Mario Rui. L'azione parte spesso da lui anche se poi, a differenza di quel che accadeva con Sarri, a volte lui stesso ricevuta la palla dal portiere lancia lungo direttamente sugli attaccanti. E nelle coperture preventive è un vero gigante.