Se qualcuno ce lo avesse detto alla fine del mercato (in entrata), non ci avremmo mai creduto. Perché, dopo dodici partite ufficiali di questa stagione, nove di campionato, tre di Champions, la domanda è: tra i dodici nuovi arrivati a Trigoria, a chi dareste la palma finora del miglior riuscito? Oh, noi ci abbiamo pensato a lungo, abbiamo riesaminato un po' tutte le partite, ci siamo confrontati con chi sappiamo non si perde neppure un minuto di una partita dei giallorossi, ma alla fine il nome che ci sembra più giusto con cui rispondere alla domanda è quello di Robin Olsen. Sì, il lungagnone svedese acquistato dal Copenaghen, sbarcato da queste parti tra la diffidenza generale, figlia legittima di una scimmia brasiliana che si portava sulle spalle, quella di un signore chiamato Alisson Becker trasferitosi al Liverpool perché come si fa a dire no a oltre settanta milioni? (In realtà sarebbe semplicissimo, basterebbe dire no).

Un passo alla volta

Eppure lo svedese la scimmia brasiliana sta progressivamente togliendosela di dosso. Partita dopo partita, prestazione dopo prestazione, parata dopo parata, trasmettendo una sempre maggiore fiducia a un ambiente che, più o meno, lo aveva accolto con le mani tra i capelli. Di sicuro c'è che rispetto a quando è arrivato, è migliorato in tutti i fondamentali del portiere, compreso il gioco con i piedi. E qui bisogna di nuovo dare a Cesare quello che è di Cesare, nella fattispecie Marco Savorani che certo non è un caso che da un paio di anni vince il premio come miglior preparatore dei portieri. Ma un maestro è bravo se l'allievo ha il pregio di saper ascoltare e lavorare. Come Robin Olsen che, in precedenza, non è che avesse avuto preparatori in grado di fargli capire dove doveva migliorare per diventare un portiere completo. Lo sta facendo in questi suoi primi mesi romani, dimostrando una capacità di miglioramento che è sotto gli occhi di tutti. Di fatto tra i quindici gol subiti finora dalla Roma (dodici in campionato, tre al Bernabeu contro il Real dove peraltro lo svedese evitò un passivo più umiliante), forse solo su un gol dell'Atalanta all'Olimpico, Olsen poteva fare di più, per il resto ha parato sempre quello che doveva parare e, in qualche occasione, pure di più. I miglioramenti, oltretutto, si vedono anche nei comportamenti della linea difensiva e della squadra in generale. Rispetto alle prime partite, ci pare evidente che i compagni dello svedese giochino con maggiore tranquillità, affidandosi ormai senza problemi all'estremo difensore anche per quel che riguarda il gioco con i piedi, cosa che all'inizio della stagione, anche nel ricordo dei piedi brasiliani di Alisson, sembrava il suo problema maggiore.

Ambientamento romano

A tutto questo ha certamente contribuito il sempre migliore ambientamento nella realtà romana. E, anche, le parole di alcuni compagni, in particolare quelle del Capitano Daniele De Rossi, che pubblicamente ne hanno sottolineato qualità e comportamenti. In più c'è stata la serenità di un ragazzo che a a Trigoria, per fargli un complimento, definiscono come una persona normale. Si è trasferito nella capitale con la famiglia, moglie e due figli, un maschio e una femmina. Il tempo libero lo trascorre interamente con la famiglia, studiando l'italiano (con la lingua va sempre meglio) e con qualche partita a golf che da sempre è l'altro sport che preferisce (in Svezia c'è una grande tradizione di golfisti). L'unica trasgressione che si concede sono i tatuaggi. Ne ha parecchi e conta di aumentarne il numero. Nello spogliatoio giallorosso si è inserito in punta di piedi, ha buoni rapporti con tutti, compresi Mirante e Fusado con cui si allena tutti i giorni agli ordini di Savorani. Il risultato è l'Olsen che abbiamo visto in queste ultime settimane, sempre più convincente, frutto, come ha detto lui stesso, di «una fiducia che comincia a sentire nei suoi confronti».