Prima di cominciare a rispondere alle domande è lui ad informarsi sulla Roma. Sorpreso dal polverone su De Rossi e dalle parole di Ranieri in conferenza stampa: «È stato coraggioso». Roberto De Zerbi, allenatore del Sassuolo che affronterà nelle ultime due giornate prima la Roma e poi l'Atalanta, stima Ranieri come apprezzava Di Francesco: «Non sono riuscito a capire che cosa abbia pagato la Roma quest'anno con Di Francesco. Forse la semifinale di Champions dello scorso anno ha alzato l'asticella delle aspettative, fino a far convincere tutti che si potesse lottare per lo scudetto. E invece come valori credo che Juventus e Napoli si siano dimostrate decisamente superiori». L'accordo assunto con l'ufficio stampa è però di evitare per quanto possibile le domande sulla Roma e sulla partita. Sarà quello invariabilmente l'argomento principale della conferenza stampa di oggi ed è giusto che vi si dedichi a parte. Noi ne approfittiamo per sapere in quale momento si trovi oggi il Sassuolo di De Zerbi, uno degli allenatori giovani più stimati d'Italia, una sorta di ten Haag della Val Trompia, uno che ama il calcio offensivo e il pensiero veloce, uno che almeno per il fatto di essere di Brescia ci rassicura sul fatto che contro l'Atalanta si impegnerà allo spasimo. Ma conoscendo la sua serietà farà lo stesso con la Roma.
«Noi stiamo bene. Ci siamo posti l'obiettivo del decimo posto che non è una questione economica né che ci proietta in una coppa europea, ma è una questione di gratificazione, di prestigio, di soddisfazione per il lavoro svolto durante tutto l'anno. Ci sono stati tanti cambiamenti, siamo ripartiti in maniera differente rispetto a prima, con tanti giovani e tanti giocatori nuovi. Potevamo sicuramente fare qualcosa in più, ma il fatto di essere salvi a quattro partite dalla fine con nove squadre dietro ancora in lizza per non retrocedere, a 180 minuti dalla fine... significa che abbiamo fatto cose importanti, considerando che le nove davanti a noi, sono tutte squadre apprezzate ed esperte, abituate a stare in certe posizioni».

Siete gli arbitri della Champions di Roma e Atalanta.
«Non mi ci sento in questo ruolo, noi abbiamo il nostro obiettivo importante, a me interessa casa nostra, vorrei che fossimo rispettati per questo. Domenica a Torino non lo siamo stati, e non per l'espulsione. In Italia si ha l'abitudine di pensare che quando una squadra ha raggiunto l'obiettivo debba entrare in campo a passeggiare, e se ti giochi la partita sembra che fai uno sgarbo all'altra squadra. E questo vale per gli avversari e per gli arbitri. E invece, sia chiaro: noi ce la giocheremo».

All'estero nessuno rimprovera una squadra che si impegna.
«Non lo so, non è una questione italiana o straniera, è una questione di correttezza. Io la formazione la faccio scegliendo quelli che vedo più motivati, anche le scelte di conferma per l'anno prossimo passeranno per questa partita».

De Zerbi resta al Sassuolo al 100%?
«Nel calcio il 100% non c'è mai, ma la volontà mia è di rimanere, cercando di migliorare la squadra, magari alzando un po' l'asticella della nostra ambizione».

Nel girone d'andata siete stati la rivelazione del campionato. Poi che cos'è successo?
«Nel girone di ritorno ci sono molte cose da considerare: la prima è che abbiamo perso Boateng e Marlon, due titolari di altissima qualità, personalità e rendimento. Abbiamo preso Demiral, ma non abbiamo migliorato il valore della rosa. Poi abbiamo fatto risultati peggiori con prestazioni migliori. Meritavamo di più nelle due sfide di Milano, con il Napoli, in casa con Spal e Parma, anche a Bologna. Nel girone d'andata invece avevamo raccolto e capitalizzato anche con prestazioni meno qualitative: col Genoa abbiamo vinto in casa senza prestazioni esaltanti, anche Empoli e col Chievo abbiamo preso tre punti senza meritare».

A proposito di risultati. De Zerbi è sicuramente un "giochista" nel dibattito che si è aperto nella contrapposizione con i "risultatisti". O forse può pensarlo solo chi non la conosce?
«Esatto... Il mio pensiero è semplice: attraverso l'organizzazione si arriva al risultato, nessun allenatore gioca per l'estetica o per se stesso. La differenza la fa prendere una strada o un'altra, ma tutti cerchiamo di fare risultato».

Ritiene che si faccia un buon calcio in Italia?
«Mi reputo un uomo libero, aperto, liberale, ognuno faccia quel che vuole. Io non sono nessuno per giudicare gli altri, ma gli altri devono rispettare quello che faccio io, perché tanto lo faccio lo stesso».

E che vuol fare?
«Semplicemente penso che l'organizzazione sia la strada più produttiva per arrivare al risultato».

Quale squadra l'ha esaltata di più in questa edizione della Champions?
«L'Ajax ha un'idea molto chiara. Ma ce l'ha anche Klopp però, pur facendo un calcio diverso. Di sicuro sono entrambe squadre organizzate, hanno entrambe una grande mentalità e molto coraggio. Ecco per me la differenza in un allenatore la fa il coraggio, non è tra "giochisti" e "risultatisti"».

Chi ha coraggio spesso lascia qualcosa in fase difensiva.
«È sempre una questione di scelte: quando tu decidi di portare tanti uomini oltre la linea della palla qualcosa concedi, il rischio di perdere palla in campo aperto c'è, ma è una scelta. Se parliamo di togliere l'importanza alla fase difensiva per darla alla fase offensiva, non ci sto più. Anzi, è più importante la fase di non possesso. Poi ci sono metodi diversi per farla. Nei primi anni a Foggia giocando lo stesso calcio di oggi avevo una delle difese migliori di tutti i campionati professionistici. Poi esistono le letture e le caratteristiche. Noi abbiamo giocato un campionato intero con due terzini autori di due gol e di 6-7 assist, se giochi con terzini che facevano i difensori centrali è diverso, o magari giochi con Sensi è diverco che con Magnanelli. Poi puoi difendere in un certo punto del campo o più avanti. Noi per esempio quest'anno siamo stati anche troppo bassi nella fase difensiva, ora ci stiamo alzando e cercheremo di migliorare per l'anno prossimo».

Le piace ciò che sta proponendo Mancini con la Nazionale?
«Mi piace molto, parte dalla qualità dei giocatori, vuole fare la partita, va un po' in controtendenza rispetto al passato».

Farà bene al movimento calcistico italiano, no?
«Per me sì. Magari chi non lo condivide non è dello stesso parere...».

Se dovesse scegliere la sua squadra ideale, che caratteristiche vorrebbe? L'utopia di Guardiola era giocare con tutti centrocampisti...
«Io vorrei tutti talenti, e non intendo talenti di tipo solo tecnico. Adoro i talenti, mi piace lavorarli e inserirli in un collettivo. Qui al Sassuolo ne ho tanti».

Guardiola un giorno le fece un complimento. Che effetto le fece?
I complimenti e gli attestati di stima dalla gente che stimo io mi emozionano, addirittura mi imbarazzano anche perché ho appena cominciato ad allenare. Ma tanto so che quando perdi due partite di seguito diventi un cretino e se le vinci sei bravo a prescindere. Ma la realtà non è questa. Ecco perché quel che faccio non mi basta mai. Cerco sempre di andare oltre».

E oltre che c'è?
«C'è che diventa inutile fissarsi con i sistemi di gioco. La nuova frontiera è saper giocare bene nelle diverse zone del campo, cambiando di partita in partita, tanto anche quando vuoi giocare nella stessa maniera poi trovi gli avversari che ti cambiano le cose sul campo».

C'è chi vorrebbe sistemare il portiere tra i difensori...
«Il portiere per me deve saper giocare con i piedi, ma rimane un portiere, non può fare il difensore perché deve stare in porta. Certo è che da vent'anni a oggi è cambiato molto. Di sicuro deve saper riconoscere le situazioni, deve avere molto coraggio e personalità, saper dare soluzione al difensore in possesso, ma non dobbiamo chiedergli di essere uno come gli altri».