Un minuto. Tantò giocò Daniele De Rossi, subentrato al posto di Dacourt, nel suo primo Roma-Juve. E che Roma-Juve. Era l'8 febbraio del 2004 all'Olimpico e si giocava una partita che è rimasta negli annali, perché la Roma "suonò" la Vecchia Signora con un poker d'autore. Quattro, zitti e a casa, disse in diretta tv Francesco Totti rivolto a Tudor. Un gesto immortalato in un frame e divenuto un cult. Era la Roma di Capello, che aveva già vinto lo scudetto e l'aveva portato sul petto per un anno, una Roma che avrebbe potuto e dovuto vincere di più. Vicina, in quegli anni, come non mai forse alla Juventus. La Roma di Totti e Cassano, mattatore in quella serata, che Daniele, un ragazzo biondo che cresceva così bene da convincere don Fabio a inserirlo qua e là in prima squadra e a farlo esordire (prima in Europa che in Serie A). La Juve De Rossi l'aveva incrociata sul campo anche prima, all'andata a Torino, quando la Roma raggiunse i bianconeri allo scadere con un gol di Zebina a 3' dalla fine e Daniele, allora numero 27, aveva giocato, con la divisa arancione, 13' in quella occasione.

Le 28 volte di Daniele

Ne sono venute altre di sfide con la Juventus, dopo quello del 2003-2004, 28 in totale (24 in campionato, di cui solo 5 vinte, 6 pareggiate e 13 perse, e 4 in Coppa Italia, 3 vinte e una persa). Con un bilancio in perdita piuttosto pesante, specie in campionato, con 13 sconfitte. Ci sono volute ben otto stagioni per De Rossi, da quel 4-0 della prima volta all'Olimpico, per battere di nuovo la squadra più titolata d'Italia in casa. Era il 2012-2013, sempre a febbraio. Zeman, che l'aveva considerato meno di altri allenatori, era andato via. Sulla panchina della Roma era arrivato (con una sconfitta a Genova, sponda Samp), Aurelio Andreazzoli. Totti scagliò un destro da casa sua a mezz'ora dalla fine e spaccò la porta di Buffon. La Roma tornò a battere la Juve in casa dopo qualche imbarcata (un paio di 1-4 e un 1-3 tra il 2005 e il  2009). L'ha battuta altre due volte in casa, da più grandicello: 2-1 nell'agosto del 2015, quando prima Pjanic e poi Dzeko, che si presentò all'Olimpico e saltò in cielo sovrastando Chiellini, firmarono in bosniaco la vittoria in un insolito inizio stagione con una big. E 3-1, a maggio come oggi (ma il 14), nel 2017, rimandando la festa scudetto (un fastidio che i romanisti hanno dovuto sopportare nel loro stadio nel 2014 e nella scorsa stagione) ai bianconeri di una giornata: suo il gol (ne ha segnati tre in carriera alla Juve e tutti in casa) del pareggio che dà il via alla vittoria in rimonta.

Una volta sola in trasferta (1-2 allo scadere con il gol di testa di Riise e Ranieri in panchina) in un'intera carriera, nel 2009-2010. Numeri crudi e incredibili che la dicono lunga sulla distanza che Ddr e compagni tentano da una vita di colmare da un club così strutturato e blasonato, oltre che sportivamente "odiato" dalle parti della Capitale. E, per certi versi, preso a modello a più riprese anche dallo stesso De Rossi, che ne ha conosciuto diversi aspetti grazie alla frequentazione azzurra con i compagni del blocco juventino.

Il contratto può attendere

Sarà il sesto incrocio con la Juve da capitano, il settimo considerando anche quelli di Coppa Italia. Potrebbe essere l'ultimo, suggerisce la burocrazia. Già, perché per uno che ha la maglia della Roma cucita sulla pelle i contratti contano solo il giusto. E soprattutto conta la Roma. Lo sa Daniele che per ora aspetta e ascolta il suo fisico, prima di prendere una decisione definitiva sul suo futuro da giocatore. Tempo al tempo. Con l'obbligo, adesso, di difendere la zona Europa (ahinoi) con la maglia giallorossa addosso. Ascolterà il suo fisico anche oggi e dirà a Ranieri: «Mister, ce la faccio». Ha preferito rientrare in gruppo con più calma, per esserci stasera. Perché è importante questo Roma-Juve, per l'Europa e per la Roma, che poi è De Rossi.