C'era una volta la zona Cesarini. E pensare che la stagione si era aperta con un capolavoro da tre punti, quello di Edin Dzeko all'89', che a Torino aveva regalato la vittoria alla Roma nella prima giornata e l'illusione, per molti, di poter essere della partita per i primi posti anche quest'anno. Troppa grazia, forse. Perché la squadra di Di Francesco l'abbiamo "sgamata" subito, purtroppo. Già alla seconda giornata, infatti, l'esordio in casa contro l'Atalanta aveva fatto emergere i primi dubbi sulla tenuta psicologica del gruppo. In quel caso, però, nonostante qualcuno invocasse l'alibi del contraccolpo della cessione Strootman, la squadra aveva reagito ai suoi stessi disastri e lo aveva fatto ancora proprio nei minuti finali, perché Manolas raddrizzò il risultato all'82' e lo fissò sul 3-3. Tre punti guadagnati, o meglio, rimediati nel finale in due gare. E lì ci fermiamo, con l'aggiunta di un punto sacrosanto, giusto, frutto della reazione al clamoroso errore del Var a Firenze, con il rigore regalato a Simeone per il fallo "di faccia" di Olsen. Florenzi ristabilì all'85' il punteggio sull'1-1. Totale 4 punti ottenuti negli ultimi dieci minuti, comunque entro il tempo regolamentare.

Ma quel che non è un caso in questa Roma targata Di Francesco è che è capace di tutto e - è proprio il caso di dirlo - del suo contrario. Anzi, il bilancio dei gol negli ultimi 10' di gara è piuttosto in rosso, se consideriamo che la Roma ha lasciato per strada ben 7 punti, di cui 5 nei minuti dal 90' in poi, lasso di tempo nel quale però non ha rimediato neanche un punto e ha segnato solo un gol (il 4-1 di El Shaarawy contro la Samp, ininfluente). E proprio nella stagione in cui la media gol dal 90' della Serie A è la più alta di sempre (7,9% delle reti totali dopo 15 giornate). Ora, premesso che la classifica non si può guardare per gli scivoloni con le "piccole", è anche per colpa di disattenzioni finali che la Roma è attualmente in un condominio di quattro squadre al settimo posto.

Quattro docce gelate

La prima doccia fredda si è consumata a San Siro, quando Nzonzi ha servito inavvertitamente Calabria che ha scatenato Higuain per l'assist a Cutrone. Dall'1-1 al 1-2, mancavano 33 secondi alla fine del recupero, era il 95'! Un punto perso. La seconda, invece, è arrivata in casa nella giornata seguente con il Chievo, ad opera di Stepinski. Era l'83'. Due punti persi. Terza suonata, di mandolino evidentemente, a Napoli, alla decima: dopo una gara di sacrificio e tre punti quasi guadagnati con El Shaarawy contro gli azzurri, è sbucato Mertens dal nulla, dietro Kolarov su una palla vacante in area. Al 90', 1-1. Due punti persi. Non contiamo ovviamente il gol incassato in casa dalla Samp, anzi, da Defrel, perché "della bandiera" benché fastidioso. E passiamo così alla quarta gelata, quella della Sardegna Arena di Cagliari, che poi è pure doppia, anche se vale sempre (altri) due punti: perché Ionita ha segnato (ancora una volta su un calcio d'angolo) all'84' e Sau ha punito definitivamente la Roma al 95', con la linea a cinque bucata per vie centrali su un lancio neanche irresistibile, sempre a pochi secondi alla fine.

Ancora il caro Sau, che non è il pane sardo, ma uno che deve avere un conto in sospeso con il giallo e il rosso, visto che anche nel 2016 il suo Cagliari aveva agguantato il risultato: fu sempre un 2-2, grazie a un gol all'88' del piccolo attaccante (aveva accorciato le distanze, altra regola non scritta, l'ex Marco Borriello). «Roma fragile», si legge riguardando i titoli dei giornali dell'epoca, eppure quella volta c'era Spalletti sulla panchina della Roma e in campo c'erano Szczesny, Nainggolan e Strootman. A conti fatti, quindi, se le sue partite durassero 89' minuti, la Roma avrebbe cinque punti in più. E a 26, oggi, c'è la quarta posizione in classifica del Milan. «Non riescono a reggere 90', imbarazzanti», ha tuonato Pallotta. Che poi, dopo aver sbattuto i pugni sul tavolo, in effetti, viene in mente uno slogan: «Fino alla fine».