Quando alle 20,45 di stasera il poliziotto olandese Makkelie fischierà l'inizio della partita non ci sarà più tempo per le chiacchiere e la parola passerà al campo, unico giudice supremo in grado di polverizzare ogni considerazione – dalla più tifosa alla più logica – sulla partita che ogni romanista attende da undici anni, ormai. Da tanto non eravamo più abituati ad essere invitati nel salotto migliore del calcio continentale, quello che fa sedere le prime otto squadre d'Europa, quello, guarda caso, dove i nostri avversari sono talmente abituati a stare che nello stesso periodo di tempo loro ci sono rimasti stabilmente. Potrebbe essere descritta anche solo così la differenza di censo, qualità, tradizione e responsabilità: il passaggio del turno per la Roma sarebbe il punto più alto della storia della società mai toccato in Champions League, anche se quando ancora si chiamava in una maniera diversa per ogni paese una volta arrivammo fino in fondo: notti di sogni, di coppe e di campioni.

Se la Roma uscisse qui sarebbe comunque l'applauso da standing ovation quello che toccherebbe ai giocatori tra sei giorni all'Olimpico, a fine partita di ritorno. Per gli spagnoli un'eventuale eliminazione sarebbe invece un disastro quasi senza precedenti, almeno nella storia recente, almeno con squadre del livello della Roma. Quando invece la Champions si chiamava Coppacampioni loro frequentavano queste grandezze meno di noi, ma poi un giorno hanno deciso di cambiare la storia affidandosi alle intuizioni di un signore che da calciatore aveva indossato la maglia numero quattordici quando i numeri finivano a 11, tanto per dire l'anticonformista che era. E se volete sapere del genio, chiedete a chiunque abbia mai visto giocare e poi allenare Johann Cruyff.

Oggi però il Barcellona è guidato da Ernesto Valverde, uno che chiamano Txingurri, la formica operaia. Questo già dice tutto: poco genio, molta regolatezza. La sua rivoluzione blaugrana si chiama 442 (quasi un'eresia da queste parti) e attenzione difensiva. Quando ha capito che la squadra che stava ereditando da Luis Enrique (uno molto più simile a Di Francesco nella sua idea di calcio rispetto all'uomo che ha preso il suo posto al Barça) avrebbe perso Neymar, mentre i suoi dirigenti si sono buttati a suon di rilanci milionari sui surrogati disponibili sul mercato(su Coutinho, inutilizzabile in Champions, e Dembelè, che dopo l'infortunio è diventato invece titolare fisso), lui ha pensato di cambiare l'anima della squadra e di fatto rinunciare ad un attaccante. Così ha affiancato Rakitic e Busquets, alzato Iniesta quasi da esterno e chiesto a Dembelè di fare il centrocampista a destra, lasciando Messi libero di seguire l'ispirazione e Suarez di fare il centravanti di movimento. Risultato: le ha vinte quasi tutte, è imbattuto, ha praticamente conquistato virtualmente la Liga, è lanciatissimo in Champions.

Eppure, eppure... Eppure stavolta la Roma non si va approcciando alla sfida come capitò due anni fa nel girone alla squadra di Garcia. Stavolta le speranze di ripresentarsi tra sei giorni all'Olimpico con qualche chances di qualificazione poggiano su considerazioni tattiche logiche, perché questa squadra ha imparato strada facendo a giocare come il Barcellona, a cercare il dominio su ogni campo, a mordere le caviglie degli attaccanti avversari già a centrocampo. Sarà bello anche solo il tentativo di vederlo fare stasera al Camp Nou, nella cattedrale che ha visto negli ultimi dieci anni i prodigi calcistici più belli, appaganti e produttivi che occhi appassionati potessero ammirare. Magari finirà male, magari malissimo, magari no. Ma applaudiamo il tentativo di Di Francesco di giocarsela così. Meglio scriverlo prima, perché domani tutti i carri saranno affollati di parole che risentiranno solo dell'effetto del risultato.