Ogni trasferta europea è così, tanto vale prenderne atto. La Roma gioca contro la squadra avversaria, più o meno forte a seconda del nome e del momento che attraversa, ma soprattutto contro la tradizione che spaventa quasi e più degli undici che scenderanno in campo.

Tradizione e numeri

Ti immergi nel gelo di Charkiv, ad esempio, e cominci a fare i conti con un passato che a livello di confronti europei a queste altezze (ottavi di Champions) è mortificante. Riassumendo: di tutte le partite (otto) giocate dallo Shakhtar in Champions a eliminazione diretta, due solo ne ha vinte, ovviamente contro la Roma. Delle quattro sfide già giocate tra le due squadre fino ad oggi, gli arancioneri ne hanno vin- te tre. Da dieci anni la Roma non raggiunge i quarti di finale della competizione. E delle ultime otto partite ad eliminazione diretta disputate dalla Roma nel frattempo, sette sono finite con una sconfitta. Loro quest'anno hanno vinto in casa tre partite su tre, battendo il Feyenoord, e vabbè, ma anche Napoli e Manchester City, mentre la Roma nelle trasferte di Champions subisce gol da 24 partite consecutive: l'ultima volta che un portiere romanista non si è dovuto chinare a raccogliere un pallone nel sacco era Doni, a Lione, marzo 2007. In compenso poche settimane dopo ne ha raccolti sette a Manchester, la madre di tutti gli incubi di ogni romanista. E delle ultime dodici trasferte nella competizione, la Roma ne ha vinta una sola, quella di Baku col Qarabag, lo scorso 27 settembre.

Fantasmi e incubi

Logico che stasera Marlos, Taison e Bernard, dai buoni trequartisti che sono, abbiano già assunto le spaventose fattezze di Ronaldinhi, Ronaldi, Messi e Neymary vari e Ferreyra appaia come un misto tra Ibra, Suarez e Mbappè. Qui te lo ricordano pure, che sono bravi e hanno tradizione. E la Roma no. Gli adulti e pure i bambini, come Misha, il giornalista mignon a cui abbiamo dedicato uno spazio nella pagina successiva. In panchina hanno Zorro, al secolo Paulo Fonseca, simpatico e bravo e faccia tosta, una carriera promettente in Portogallo e poi la consacrazione in questa strana terra d'Ucraina dove quelli di talento che parlano portoghese poi sbocciano d'improvviso. Lui ha capito che prima il Napoli e il Manchester, poi magari la Roma, e insomma se andasse bene per lui questa diventerebbe la sua Champions così come se va come invece noi speriamo che vada potrebbe diventare la Champions di Di Francesco, e sarebbe lui il mister più celebrato dei quarti di finale.

Mistero di ghiaccio

Resta il mistero di capire come facciano i sudamericani, ma in particolare i brasiliani (e magari pure i portoghesi come Fonseca) a trovarsi bene da queste parti, col freddo glaciale da ottobre a maggio e le temperature terribili che tagliano la faccia e raddrizzano i sorrisi di chiunque provi di restare al- lo scoperto (e i -8° previsti di stasera sono niente rispetto ai -16° minacciati domani), con il grigio che prevale su tutto, pure sul bianco della neve gelata, con le macchine annerite dal fango e dallo smog, con le espressioni tristi di una popolazione distratta da problemi più seri di una qualificazione ai quarti di Champions.

Ribaltare la storia

Lo Shakhtar è ospite dello stadio Metalist proprio come la Roma, casa loro è distante 300 chilometri e mille pensieri, persi dietro una guerra sorda e granate che lasciano squarci nell'anima più grossi di quelli che hanno reso inagibile la Donbass Arena. La squadra locale, una volta vanto e orgoglio degli abitanti di Charkiv, adesso resiste solo sui murales alti 50 metri dei palazzoni che circondano lo stadio. Un fallimento societario l'ha trascinata in quella che da noi è la Lega Pro, così adesso la loro Trigoria (un favoloso centro sportivo) viene utilizzata quasi sempre dallo Shakhtar. Travasi di esuli. Di protagonisti. Di comprimari. La storia che si ribalta. Proprio quello che cerca la Roma stasera.