Claudio Fenucci, 58 anni, prima di fare l'amministratore delegato del Bologna che sabato affronterà la Roma al Dall'Ara ha ricoperto per tre anni lo stesso incarico proprio nella società giallorossa. Fu il primo dirigente chiamato dagli americani a far quadrare i conti.

Fenucci, al Bologna manca qualche punto rispetto alla tabella di marcia?
«In effetti ci è mancata un po' di continuità nei risultati. Ma siamo ancora in corsa rispetto ai nostri obiettivi, che erano essenzialmente due: la permanenza in Serie A, competizione che ogni anno coinvolge almeno 12 club, e se possibile migliorare la classifica dello scorso anno. Avevamo una base di giocatori esperti su cui abbiamo innestato dei giovani che stanno completando il loro percorso in serie A, era anche logico aspettarsi alti e bassi. Oltretutto per molto tempo giocatori importanti come Palacio e Verdi hanno combattuto con problemi fisici che ne hanno condizionato il rendimento».

Verdi ha perso un po' di brillantezza? Forse paga un po' mentalmente la trattativa col Napoli a gennaio?
«No, non credo. Come sapete è stato uno dei migliori talenti della nostra under 21, poi ha avuto un periodo di appannamento e a Bologna si è rigenerato. La sua scelta di restare da noi è stato anche un riconoscimento al lavoro della società».

Di sicuro il Bologna ha dimostrato di non aver bisogno dei soldi di quella cessione. Ma poi anche voi dovete fare tornare i conti e certi sacrifici diventano necessari.
«Certo, anche le cessioni dei giocatori importanti rappresentano una fonte di nuovi investimenti, ma in questo momento siamo sulla linea del budget fissato. Poi vedremo».

Piace al Napoli, ma piace sicuramente anche alla Roma...
«Simone ha molti estimatori, ma qualsiasi discorso, per lui come per tutti, va rimandato a giugno. Adesso abbiamo chiesto a tutti massima concentrazione, va terminata la stagione nel modo migliore».

Ora per voi non arriva un cliente facile.
«(Sorride). Facile? No, proprio no, è un cliente difficilissimo, ma vorremmo metterli in difficoltà. In questi tre anni ci è mancata solo una soddisfazione: quella di prendere punti nei confronti di una grande, è il momento di farlo».

Proprio ora?
«L'ho già detto sabato a Di Francesco, l'ho incontrato qui a Bologna: vogliamo iniziare adesso».

Per Federico, il fglio di Eusebio e vostro fiore all'occhiello, non sarà una partita come le altre.
«Mah, gli è già capitato, ormai non credo gli faccia più particolare effetto. Sa che per tutti noi è una partita importante».

Qual è la cosa che la spaventa di più della Roma?
«A me fa impressione la qualità dei loro giocatori, nella formazione base fanno paura. E poi c'è l'organizzazione di gioco di Di Francesco, alla Roma si vede chiaramente la mano di un bravo allenatore. Per lui ho stima vera, lo consigliai io al Lecce, quando già stavo andando alla Roma».

Che cosa l'aveva colpito di lui? In fondo le cose migliori le ha fatte vedere successivamente, al Sassuolo.
«Il suo Pescara giocava un calcio organizzato e aggressivo, noi a Lecce avevamo avuto due volte Zeman, eravamo abituati a squadre con attaccanti veloci e gioco offensivo e lui già incarnava questa filosofia. Per le squadre medio-piccole, l'organizzazione di gioco rappresenta un valore aggiunto, ti aiuta a superare le difficoltà. Poi ovviamente quando hai giocatori forti, tipo quelli che ha Eusebio alla Roma, è anche più facile».

Perché la prima Roma degli americani la chiamò a far quadrare i conti?
«Era un momento delicato sotto il profilo economico-finanziario e credo abbiano ritenuto il mio background utile per aiutare il club a ripartire, poi nel tempo gli azionisti sono cambiati di ruolo e di peso, e si è affermato Jim Pallotta. Ma guardando indietro devo dire che il lavoro fatto in quel periodo, pur non portando a risultati sportivi immediati, è stato propedeutico per lo sviluppo della Roma di oggi. È stato un triennio molto intenso, grazie all'aiuto di tutti. Di Franco Baldini, di Walter Sabatini, di Mauro Baldissoni, di Tonino Tempestilli».

Chi o cosa ricorda con maggior piacere?
«Il clima di amicizia che si era creato tra noi. Eravamo davvero un gruppo di amici e professionisti che stavano bene insieme».

Lei aveva il compito del cattivo sui conti. È vero che la chiamavano "Frenucci"?
«Le società di una volta avevano presidenti che si ponevano gli stessi obiettivi che avevano i tifosi, oggi i club debbono pensare soprattutto al giusto equilibrio tra gli aspetti economico-finanziari e gli aspetti sportivi, così a volte toccava a me la parte del cattivo. Ma abbiamo fatto un ottimo lavoro anche grazie alla creatività di Walter».

Che ricordo ha di Luis Enrique?
«Avevamo un gran bel rapporto. Lui era convinto di poter aprire un ciclo vincente, ma le difficoltà lo hanno indebolito. Ci è dispiaciuto a tutti quando decise di andar via, tutti cercammo di dissuaderlo».

Pensa che avrebbe fatto meglio l'anno successivo?
«Forse, guardando le cose da un punto di vista più alto, mi sono convinto che quel progetto era davvero complicato da portare avanti. Avrebbe avuto bisogno di giocatori specifici per il suo tipo di calcio».

Ci si può arrivare passo dopo passo, un po' come sta facendo adesso la Roma.
«Io concordo con Sacchi in questo senso, la filosofia di un grande club dev'essere improntata a spettacolo e organizzazione, l'identità di gioco è la base per ottenere dei risultati con i singoli esaltati dal collettivo. Ma quel tipo di calcio richiedeva più tempo e la piazza in quel momento non poteva aspettare».

Che cosa è cambiato per lei da Pallotta a Saputo?
«Le diffferenze principali sono innanzitutto nel fatturato del club, vogliamo crescere nel tempo. E poi il rapporto con gli azionisti è del tutto differente. Jim era un presidente entusiasta che voleva portare il modello dello sportbusiness americano in Europa, ma si era contornato da molti collaboratori americani che non avevano conoscenza delle problematiche del calcio italiano. Joey Saputo è imprenditore di una famiglia importante canadese che possiede già da vent'anni un club professionistico, ha una capacità di comprensione dei problemi molto più immediata».

Un bel vantaggio.
«Già. Un numero così alto di collaboratori all'epoca non era giustificato per una proprietà che arrivò in Italia in un settore così complicato, con poca conoscenza del calcio prof, e ha complicato la gestione del club, anche se il rapporto con Jim è rimasto sempre ottimo. E per la Roma avere un azionista di riferimento che guarda con tale sicurezza ad aspetti di crescita strutturale porterà a sicuri risultati».

La sua avventura al Bologna a che punto è?
«Siamo partiti in Serie B con 30 milioni di debiti. Abbiamo fatto grandi investimenti sotto il profilo tecnico e per l'acquisizione e la ristrutturazione del centro sportivo. Il progetto dello stadio ci porterà nel futuro, con tutte le complicazioni e i vincoli di una struttura che ha più di 100 anni di vita».

Infine la politica calcistica: lei è sembrato a lungo un profilo adatto per mettere tutti d'accordo in Lega.
«Per me il commissariamento è un'opportunità, lo dissi anche prima del tentativo di eleggere il presidente federale. Quanto a me, mi trovo bene qui, e anzi le dico pure che resterei a vivere a Bologna anche se non lavorassi più per questa società, tanto mi trovo bene. Ma la Lega oggi aveva bisogno di un nome esterno. Benissimo Micciché presidente, ora ci vuole un ad della stessa qualità».