Se qualche agenzia quotasse la scommessa su quale potrebbe essere il tecnico under 40 destinato a diventare il nuovo Sarri sarebbe il caso di puntare qualche euro su Roberto De Zerbi, ex fantasista dalle alterne fortune («io ho gettato al vento qualche occasione, ora aiuto anche i miei calciatori a non farlo») e allenatore del Foggia che ha mancato per pochissimo (perse agli spareggi col Pisa di Gattuso) una storica promozione in serie B con una squadra offensiva e spettacolare come da zemaniane tradizioni. Poi ha trasferito idee e calcio guardiolesco al Palermo, con una squadra forse poco adatta a recepire le sue idee e ora è impegnato in quest'altra strampalata impresa, di portare alla salvezza il Benevento, preso ultimissimo e ancora ultimissimo.

De Zerbi, il calendario ora vi pone davanti la Roma, dopo il Napoli. Una doppietta mica male.
«In Serie A è difficile incontrare squadre che non ti lascino qualche preoccupazione. Del resto sono tutte sopra di noi».

Quella "più sopra" di tutte vi ha appena battuto. Eppure per 15 minuti voi siete sembrati il Napoli e loro il Benevento.
«Abbiamo avuto la possibilità di andare in vantaggio, poi però incontri quei campioni... Prima il pallonetto di Insigne sulla traversa, poi quello di Mertens in porta... Che vuoi fare? Mi resta il rammarico perché potevamo gestire meglio quei minuti iniziali. Siamo andati a una sola velocità, altissima, e non puoi tenerla per tutta la partita. A volte servirebbe un po' di possesso ad un'altra velocità, per muovere gli avversari e cercare di colpirli appena si scoprono».

Col vostro mercato avete sorpreso tutti: Sandro, Sagna, Guilherme, Djuricic. E qualcuno sostiene che avete tentato di prendere anche Nasri.
«Di Nasri non so. Sono cose di cui si è occupato il presidente. Sugli altri, hai visto domenica che giocatori. Sandro, ad esempio, è frenato solo da qualche problema fisico, ma è un calciatore di livello top, da Napoli, Roma, Juve. Con Sagna abbiamo colto un'opportunità, fisicamente è messo bene, è un esplosivo, rapido, l'anno scorso ha giocato 16-17 partite nel City... Se riesco a portarli al massimo della condizione sono valori importanti per noi».

Avete scelto la qualità sperando di salvarvi. Curioso che il Benevento sia riuscito a convincerli.
«Da ultimi in classifica era difficile. Ma ci siamo riusciti. Diciamo che probabilmente se facciamo le cose bene anche per loro può diventare una bella vetrina. Di sicuro con me devono essere stimolati al massimo, sennò non giocano».

Lei perché scelse Benevento?
«La squadra non mi sembrava da ultimo posto, ho capito che il presidente Vigorito è un ambizioso e un generoso, non avrebbe fatto problemi a mettere le mani sul mercato a gennaio, come ha fatto. Io ho cercato di fare il massimo per mantenere un distacco accettabile. Poi purtroppo così non è stato intanto perché abbiamo fatto pochi punti, ma, vado a memoria, avremmo meritato sicuramente maggior fortuna nelle partite con Cagliari, Sassuolo, Spal, Genoa, Udinese. E poi perché quando abbiamo finalmente fatto due vittorie di seguito hanno vinto anche gli avversari. E il distacco è rimasto ed è grosso. Però non disperiamo, se infiliamo due o tre vittorie vediamo che succede».

Col Napoli avete giocato alla De Zerbi. Niente difesa a oltranza, avete provato a fare la partita.
«Magari non siamo andati a prenderli proprio dentro l'area di rigore, ma la nostra voglia di giocare è sempre la stessa, sempre cercando di costruire da dietro e fare la parttia. Piano piano stiamo diventando una solida squadra».

A Roma giocherà allo stesso modo?
«Ci proviamo, certo. Poi vedremo quanto concederà l'avversario. La nostra idea resta sempre la stessa».

Come a Di Francesco capiterà anche a lei di sentirsi dire spesso che non si deve giocare solo all'attacco. È una filosofia che non tutti condividono in questo paese. Non a caso calcisticamente ormai arretrato.
«Sì, ne trovo spesso che dicono che non si può giocare così. Tanti dicono anche che tenere la palla senza andare in verticale è una perdita di tempo. Ma io ascolto tutti, cerco di capire se si può migliorare l'idea che abbiamo o adeguarla a seconda dei giocatori in organico. Ma poi si va dritti per la propria strada. Per me i protagonisti sono solo i calciatori, non gli allenatori. A noi spetta solo il compito di metterli nelle condizioni ideali per loro».

Da chi le è arrivata l'ispirazione per diventare allenatore? Lei era un trequartista fantasioso.
«Io sono convinto che il risultato non sia frutto di episodi, se non in qualche ristretta occasione. E allora per vincere devi avere giocatori forti e essere organizzato in modo che le singole qualità possano risaltare. E non mi riferisco solo al bel gioco palla a terra, sia chiaro».

Quando scoccò la scintilla? Mentre ancora giocava o dopo aver smesso?
«Già giocando mi ero fatto un'idea. Poi mi ha sicuramente ispirato Guardiola. E più recentemente la Fiorentina di Sousa e il Napoli di Sarri, ovviamente».

Però ci ha messo qualcosa di suo, di fortemente caratterizzante. Su Youtube c'è ad esempio l'intera partita Verona-Foggia, di Coppa Italia, agosto 2015. Il Verona che avrebbe spadroneggiato in serie B contro il suo Foggia in serie C. Fu una partita strepitosa con movimenti che raramente si vedono, tipo il continuo tourbillon dei tre di centrocampo.
«Diciamo che ogni allenatore si prende i suoi riferimenti e poi li adatta a seconda della sua idea. Bisogna avere idee chiare e saperle trasmettere, altrimenti i giocatori non ti seguono. Non ho certo paura di sperimentare. E non solo legato a un solo sistema. Passo per essere un integralista del 433, ma mica è vero. Noi qui alterniamo la difesa a 3 e a 4, senza apparenti problemi di identità. Certi movimenti i ragazzi devono capirli prima di riprodurli. Se li capiscono, può bastare farglieli vedere una volta sola».

Le capita mai come Bielsa di svegliarsi di notte e andare sul campo con qualche familiare per provare un movimento?
«A studiare Bielsa sono stato una settimana. Ho visto il suo lavoro e ho parlato a lungo con lui. Passa per essere un pazzo, come lo chiamano, solo perché è una persona con fortissimi valori e oggi è raro trovarne. Perché oggi la parola non conta niente e non c'è più rispetto per nessuno».

Si sveglia anche lei di notte con uno schema in testa?
«Vivo con la testa nel calcio h24. Non riesco a staccare. A volte anche fuori dal campo o dall'ufficio penso a un'esercitazione, ad alcune linee di passaggio, alla scelta della formazione. E se capita di notte è bene avere una scrivania accanto al letto per appuntare tutto».

Come mai un bresciano come lei ha allenato molto al Sud? Foggia, Palermo, Benevento...
«Credo sia casuale. In ogni caso mio padre è calabrese, mezzo sangue quindi è meridionale. Io sto bene dappertutto. Ma è vero che al sud il calcio si vive in maniera diversa e per il mio carattere è perfetto».

Con i giocatori ha un rapporto quasi carnale. Sembrano suoi figli. O magari fratelli minori.
«È la prima componente del mio lavoro. Devo avere questo tipo di rapporto con loro. Sto molto attento a essere corretto. Coerente. A non sbagliare neanche una parola. Quando dico qualcosa mi impegno a mantenere quello che ho detto. Mi metto nei loro panni, loro devono mettersi nei miei dandomi disponibilità, quando ci alleniamo, nel seguirmi. Poi non ho da tutti gli stessi feedback. C'è chi è più chiuso, chi ti fa entrare, chi può vederti in maniera diversa di altri. L'importante è che diano tutto. Egoisticamente capisco pure che pensino a loro stessi. Ma se tutti danno il 100% ognuno per conto suo, la squadra raggiunge così il suo 100%. E se non lo fanno mi arrabbio».

La prima cosa che dice a un gruppo quando si presenta qual è di solito?
«Mi presento semplicemente come una persona corretta. E pretendo correttezza. Se manca, vado allo scontro totale. A volte ci vuole, di natura sono un passionale».

È anche molto giovane.
«E spero che i ragazzi mi vedano come un aiuto per loro. Mi piace anche che qualcuno magari mi contesti un movimento, io poi studio la contestazione, magari ha ragione lui. E questo alla fine coinvolge tutti nel progetto».

Con Ciciretti, talento di scuola Roma, che cosa non ha funzionato?
«Niente, c'era un ottimo rapporto, ma andava a scadenza di contratto ed era infortunato. Non ha potuto calarsi al 100% nella realtà della squadra e quando era stato preso dal Napoli il rapporto con l'ambiente si è un po' deteriorato, così per il bene suo e di tutti si è preferito dividere le strade. Per me è fortissimo e gli ho detto anche in che cosa deve migliorare».

Anche il ‘99 Brignola, che abbiamo visto anche contro il Napoli, è passato dal settore giovanile romanista.
«Ha qualità e fame. Sta facendo bene. Regge le pressioni, sta dimostrando grande maturità a dispetto dell'età».

Nell'approccio con giocatori tipo Sandro e Sagna immagino cambi qualcosa.
«Cambio solo il fatto che se mi accorgo che ho davanti persone mature, per bene, serie come lo è Sandro, tengo chiaramente in conto anche molto della sua parola. Nella valutazione se farlo giocare o no, ad esempio, non sono io che decido quanto è pronto per giocare. Lo sa lui. Mentre sull'aspetto tattico non cambia niente. Tengo conto della loro valutazione. Ma se poi non fanno quello che devono mi incazzo lo stesso».

Il suo Foggia perse la finale col Pisa di Gattuso non mostrando grande solidità difensiva.
«Eppure per due stagioni, almeno nel girone d'andata, abbiamo avuto la miglior difesa. Se devo definire la mia idea di calcio credo sia più difensiva che offensiva».

Questo è un bel paradosso.
«No, lo penso davvero. Nel senso che anche quando attacchiamo, la mia prima preoccupazione è quella di capire che può succedere se perdiamo il possesso».

Qual è il suo parere su Di Francesco?
«Lo conosco bene, è una brava persona e un ottimo allenatore».

Anche lui passa per essere un integralista, ma solo quando la Roma perde.
«Alla fine il risultato muove tutto. Se vinci puoi far tutto e se non vinci non va bene niente. È il calcio».

È il calcio italiano.
«In ogni caso non esistono formule magiche. Nessuno ha realmente ragione e nessuno ha realmente torto. Il calcio è soggettivo. Tra Guardiola e Mourinho hanno entrambi ragione e torto. L'importante è che ognuno sia coerente con il proprio modo di essere. Io sono etichettato per il 433, ma il sistema di gioco è l'ultima cosa che mi interessa davvero».

Chi le piace di più in Italia?
«Spalletti è un allenatore che mi piace molto. Anche Giampaolo, che è anche un amico. Allegri a suo modo è un trasformista eccezionale, riesce a cambiare e a ridare stimoli e curiosità nello stesso anno cambiando posizioni a giocatori importanti. Di Francesco è forte. Gasperini nel suo modo di vedere il calcio è un top per aggressività, mentalità e organizzazione. Diciamo però che l'espressione di calcio del Napoli di Sarri è davvero unica. Forse la più bella degli ultimi dieci anni».

Com'è giocarci contro?
«Difficile da preparare, difficilissima da giocarci. Hanno un possesso medio di 70-75%, devi stare attento a coprire veramente tutto. Sono organizzati molto anche in fase difensiva, nella prima pressione».

Se la Var non vi avesse tolto quel rigore...
«Chissà. Magari il gol del 2-1 avrebbe dato nuovi stimoli».

Roberto De Zerbi dove vuole arrivare?
«A vincere due o tre partite di fila per coltivare la speranza di lottare, per far sì che si possa compiere questo miracolo che sarebbe la salvezza del Benevento. Questo è il mio unico obiettivo adesso. Non ho tempo e voglia di pensare a lungo termine. Se giochiamo in un certo modo mi diverto. Se non vedo margini di miglioramento non mi diverto».

Che Benevento si troverà di fronte la Roma rispetto a quello ideale che ha in testa?
«Difficile dirlo. Sono arrivati diversi giocatori nuovi, siamo ultimi e staccati di tanto. Moralmente non è la condizione ideale per affrontare una squadra forte come la Roma, ma è un altro test importante anche per quello che rappresenta l'Olimpico. Ci vuole coraggio. Ma saremo pronti».