Var & eventuali

Le cose Turpin e il pianto degli italiani

Il francese è lo stesso arbitro che con l’Athletic lo scorso anno impiccò la qualificazione alla Roma per un fallo “da ultimo uomo” a centrocampo, in Roma-Barça 3-0 del 2018 ci provò, ma era serata Magica...

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA La Redazione
02 Aprile 2026 - 07:00

Ancora lui. Clément Turpin, di nome e di fatto. L’Italia è caduta in Bosnia anche con il suo zampino. Anche, precisiamolo per tutti coloro che pensano che se una squadra viene presa «a pallonate» avere un arbitraggio giusto decade dai diritti fondamentali. Clemente il direttore di gara è stato con la selezione di casa, a detta dei più, mentre cose turpi le ha fatte ai danni degli azzurri: la mancata espulsione di Muharemovic per un fallo su Palestra al limite dell’area il caso che più scotta, specialmente perché Turpin (in Roma-Barça 3-0 del 2018 ci provò, ma era serata Magica...) è lo stesso arbitro che con l’Athletic lo scorso anno impiccò la qualificazione alla Roma per un fallo “da ultimo uomo” a centrocampo. I quattro parametri del Dogso violentati a distanza di 71 minuti, da Bastoni a Muharemovic, o da Bilbao a Zenica: distanza dalla porta, direzione dell’azione, probabilità di mantenere o guadagnare il controllo del pallone e posizione e numero dei difendenti. Stridono con la logica le interpretazioni (anche del Var). L’Italia ha chiesto anche un rigore (braccio abbastanza naturale di Muharemovic su tiro di Esposito) e l’annullamento del gol della Bosnia per braccio di Dzeko (attaccato al corpo in un tocco alla Scalvini in Atalanta-Roma, che però a differenza di Edin segna...) per l’assist a Tabakovic. Ma non è immediatezza. 

A conti fatti, sì, l’Italia è stata danneggiata. Rode, per soprattutto per i più giovani, cresciuti senza mondiali. Rode almeno quanto la marcia delle truppe cammellate del tifo a reti unificate, che si indignano (solo) quando il bacino d’utenza glielo consente e si zittiscono a Bilbao, o Budapest - che di prassi glielo consentirebbero - e si nascondono a Genova o a Como, per citare solo due episodi di Roma piagnona. S’indignano, invece di guardarsi allo specchio e piangere il proprio contributo al disastro italiano. S’indignano fino a cambiare il nostro stesso inno dal canto al pianto degli italiani.

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