La prima Roma di Fonseca scese in campo con Lopez tra i pali, una difesa a quattro composta da due terzini altissimi, Florenzi e Kolarov, due centrali poco reattivi, Fazio e Juan Jesus, Cristante e Pellegrini davanti alla difesa e quattro punte, con due esterni Ünder e Kluivert, Zaniolo a tre quarti e Dzeko davanti. Finì 3-3 con il Genoa il 25 agosto del 2019. Due giorni più tardi, nell'analisi tattica sul Romanista, scrivemmo così: «Quando la Roma attacca, salgono contemporaneamente i due terzini quasi fino ad allinearsi con i due attaccanti centrali mentre i due esterni si accentrano a formare uno schieramento offensivo che nessuna squadra in Italia presenta così massiccio. Diventa una sorta di 2-2-6 con un quadrilatero in costruzione formato dai due difensori e i due mediani più sei giocatori residui protesi verso l'area. Logico che se qualcosa non funziona, o un passaggio non viene eseguito correttamente, il rischio di prendere un'imbarcata è altissimo».

Pensate adesso all'ultima partita giocata da Fonseca, domenica scorsa al Picco di La Spezia. Un 4231 con Fuzato in porta, due terzini altissimi come Karsdorp e Santon, due centrali in perenne difficoltà sulle percussioni avversarie, Mancini e Kumbulla, Cristante (lento) con Darboe (fragile) davanti alla difesa, e quattro attaccanti in ordine sparso, El Shaarawy, Mkhitaryan, Pedro e Borja Mayoral, spesso allineati e piatti. Insomma, «una sorta di 226 con un quadrilatero in costruzione» che ha fatto penare i tifosi e forse anche Fonseca in panchina ad ogni passaggio sbagliato. Morale: per quanto l'allenatore portoghese abbia detto l'altra sera, nel congedarsi dalla Roma, di sentirsi oggi un tecnico migliore, più preparato, indubbiamente cresciuto, la sensazione è che in tutto questo tempo la Roma non sia migliorata granché nell'approccio troppo approssimativo alle gare soprattutto per quello che riguarda la fase di non possesso. Ha ragione il tecnico a lamentarsi dei troppi errori in impostazione, una costante di questi due anni. Ma c'è qualcosa di rituale che porta a pensare come sia proprio l'atteggiamento tattico a determinare le difficoltà nelle quali la squadra si è dibattuta in questi due anni.

Il dramma delle transizioni

Due sono stati i sistemi di gioco utilizzati: il 4231 fino al coronavirus, il 3421 fino all'ingaggio di Mourinho, quando, chissà quanto volutamente, Fonseca è tornato su sul sistema da cui presumibilmente ripartirà il suo connazionale… Ma se c'è una costante di queste stagioni - comunque insoddisfacenti nonostante il buon cammino di quest'anno in Europa League - sta nella fragilità della squadra soprattutto nelle transizioni negative, a prescindere dai sistemi di gioco utilizzati. Non basta, almeno non nell'ipertattico campionato italiano, saper gestire una buona fase di possesso palla. Non basta avere tanti uomini pronti ad andare all'attacco, non basta portare gli esterni di difesa sulla tre quarti avversaria, gli esterni d'attacco a ruotare accanto al centravanti. Non può bastare se ad ogni palla persa con la squadra aperta alle sempre più frequenti pressioni avversarie ogni volta ci si ritrova in difficoltà, si va sotto e si perde questo numero impressionante di partite. Addirittura 12 quest'anno, con 58 reti subite, come il Genoa e l'Udinese, appena una in meno del Cagliari quasi retrocesso.

I numeri pro Spezia

Sia chiaro: sarebbe stata una beffa per la Roma scivolare oltre il settimo posto dopo aver condotto tre quarti di stagione tra le prime quattro. Sarebbe stato un premio persino esagerato per il bellissimo Sassuolo di De Zerbi, uno che con Fonseca è stato in ballottaggio fino all'ultimo giorno, uno che da Fonseca erediterà anche la panchina dello Shakhtar di Donetsk, per quanto possa essere assurdo che il più bravo tra i giovani tecnici di casa nostra debba essere costretto ad emigrare per trovare un presidente che sia disposto a fargli fare la Champions League. A rivedere la partita contro i bianchi di Italiano - un altro tecnico che si è guadagnato la stima e la considerazione di tutti conquistando la salvezza a suon di prestazioni offensive - c'è da farsi venire davvero il mal di stomaco. L'atteggiamento della squadra nel primo tempo è stato davvero inqualificabile, molto peggiore della prima Roma di Fonseca: quel giorno la Roma prese tre gol del Genoa su quattro tiri in porta, sei in totale, ma tirò 22 volte verso la rete di Radu. Andò tre volte in vantaggio e tre volte si fece raggiungere, il tecnico portoghese ancora non parlava una parola di italiano ed era lecito pensare che volesse affrontare la Serie A così come aveva affrontato la Liga Ucraina. Che Fonseca abbia pensato l'altra sera di poter battere lo Spezia con quell'assetto così squilibrato resta invece una responsabilità ben precisa e forse si potrebbe rimproverare all'allenatore anche l'atteggiamento mentale che ha portato la Roma ad affrontare l'ultimo impegno con una morbidezza totalmente ingiustificata. I numeri che pubblichiamo qui accanto parlano in maniera piuttosto esplicita: se c'era una squadra che doveva vincere la sfida era lo Spezia, ma per una volta si può dire che sia andata bene alla Roma, anche per l'interpretazione generosa dell'arbitro Pezzuto e dell'assistente al Var Pairetto nell'episodio decisivo del 2-2.

Dove lavorerà Mourinho

Adesso tocca a Mourinho, ed è un bene forse che rimettere le mani su questo gruppo sia un allenatore che è da sempre convinto che l'autostima di una squadra si costruisca sulla sua solidità difensiva e non sulla sua attitudine offensiva. È una questione di punti di vista, in questo senso la Roma prova a cambiare la prospettiva dopo anni di gestione di tecnici che sembravano guardare più all'attacco che alla difesa. Forse è un bene e ci viene da pensare che i primi acquisti del portoghese saranno elementi in grado di garantire quella robustezza che la Roma di quest'anno non ha mai avuto, soprattutto da quando è venuto a mancare l'apporto di Veretout. Le assenze che hanno minato le certezze della Roma proprio nel periodo in cui sarebbe maggiormente servita compattezza e disponibilità alle rotazioni restano motivi di rammarico e rappresentano un'attenuante nel giudizio del tecnico di cui non si può non tener conto. Ma a maggior ragione l'allenatore avrebbe dovuto trasferire competenze diverse soprattutto nell'interpretazione tattica della fase di non possesso delle partite che invece sembrano essere completamente mancate.