Quando sentiamo dire che nel calcio - ma vale per qualsiasi altro sport - vincere è l'unica cosa che conta, ci viene in mente l'esempio di quel genitore che consiglia magari al figlio i modi migliori per ingannare una commissione d'esame piuttosto che percorrere la strada maestra dello studio, correndo il rischio di farsi bocciare. Potrà sembrare un'introduzione curiosa nell'analisi tattica della sfida che ha consentito alla Roma di battere la Lazio e, dunque, evitare l'ultima umiliazione di un campionato che negli ultimi due mesi era stato sportivamente drammatico. Sarà curioso, sì, ma Fonseca il suo obiettivo l'ha ottenuto: ha vinto il derby giocando un po' come fa la Lazio di solito, aspettando le squadre avversarie e poi colpendole negli spazi che si aprono alle spalle o davanti alla linea difensiva. Obiettivo raggiunto, festeggiamenti dei tifosi, e la stagione può (quasi) andare in archivio. Nello specifico, peraltro, il portoghese ha raggiunto il suo obiettivo proprio lavorando su certe ingenuità tattiche palesate spesso nel corso dell'anno, anche a Milano mercoledì scorso. Ha dato più equilibrio alla squadra, ha abbassato la linea della prima pressione, ha chiesto a Darboe di fare densità tra i due difensori centrali in fase di non possesso, senza comunque perdere l'identità offensiva della squadra, uscita pienamente nel secondo tempo.

L'anomalia italiana

Poi però quando a fine partita da una tribuna televisiva chiedono a Fonseca quale sia stata la difficoltà maggiore affrontata nel campionato italiano nella sua qualità di tecnico straniero, arriva una risposta che non tutti hanno colto nella sua pesantezza: «Parlando con un allenatore straniero proprio qualche giorno fa - ha detto Paulo - ho espresso le difficoltà che si affrontano in serie A soprattutto quando si gioca con squadre che marcano uomo contro uomo. E questo mio collega mi ha detto: solo in Italia si vedono certe cose». Dalle risate degli interlocutori c'è venuto da pensare che la cosa sia stata presa come un complimento. Forse però, il sottinteso era un altro. In tutta Europa ormai si gioca un calcio evoluto che punta a sfidare l'avversario a viso aperto cercando soprattutto di fare un goal in più, e pazienza se a volte si sottovaluta l'equilibrio della squadra in fase di non possesso. Pensiamo all'Ajax che due anni fa ha stupito l'Europa con la sua squadra di giovani fenomeni allenati benissimo da ten Hag.

Due anni dopo quella stessa squadra (senza quattro top player prontamente venduti e subito sostituiti) si è arresa alla Roma palesando alcune ingenuità difensive evidenti. Ma Ten Hag è un ingenuo? O più probabilmente preferisce lavorare soprattutto su altri concetti? Logico che il sogno di ogni allenatore di qualsiasi campionato di qualsiasi categoria sia quello di avere una squadra fortissima in attacco e che difenda benissimo e se hai i giocatori migliori ti riesce sicuramente più facile. Ma a volte il rendimento di una squadra dipende proprio dalla scelta strategica filosofica del proprio allenatore e se, come succede solo in Italia, si lavora molto sulla parte tattica, allora si finisce inevitabilmente per abbassare le linee, si esasperano gli atteggiamenti difensivi, si esagera con la ricerca del supporto arbitrale ad ogni costo (con inevitabile protesta ad ogni decisione difforme), si punta a studiare il modo soprattutto di ridurre le potenzialità dell'avversario e poi, se c'è spazio, si lavora per trovare qualche ispirazione offensiva magari puntando tutto sulle ripartenze. In Italia è ancora così e ce ne facciamo vanto. Ma poi in Europa non contiamo. E invece la Roma, allenata da due tecnici con mentalità molto offensiva e spesso tacciati di ingenuità tattica, è arrivata a due semifinali europee in tre anni. Solo casualità?

L'importanza di costruire

Per essere ancora più chiari, l'ingenuità tattica è un difetto, ma è solo puntando su un calcio offensivo che migliorano le squadre e, di conseguenza, il movimento calcistico. E per fortuna in Italia da un po' la mentalità sta cambiando, e i risultati in Europa presto o tardi arriveranno. Ma tutto questo che c'entra con il derby? C'entra perché quando sei più furbo non sempre riesci a essere più bravo e quasi mai costruisci qualcosa. Si obietterà che l'obiettivo di una tifoseria non è veder crescere il valore della propria squadra, ma alzare un trofeo alla fine della stagione. Ma chi garantisce che lavorando in maniera difensiva poi si vincerebbe qualcosa? Peraltro l'aspettativa legata solo al risultato è una cosa talmente avvertita nel nostro campionato, che tutte le squadre vivono ormai costantemente sotto pressione, le sconfitte vengono vissute malissimo dalle proprie tifoserie, le contestazioni sono all'ordine del giorno, e chi raggiunge traguardi significativi il più delle volte sfoga nei festeggiamenti anche la rabbia per le numerose critiche sofferte nel corso dell'anno quando magari il valore di un lavoro puntato sulla crescita veniva messo in dubbio da un paio di risultati negativi, magari casuali eppure esaltati dai mass media (leggi la vittoria della Juventus o il pareggio del Benevento con la Roma, e guardate il destino di Pirlo e Pippo Inzaghi).

Fonseca ha dimostrato, per tornare al derby, che vincere in questa maniera può essere facile. Simone Inzaghi resta un tecnico bravissimo, ma le sue dichiarazioni quando la sua squadra perde sono spesso fuori dalle righe e quasi mai riconosce il valore degli avversari. Il problema che riguarda il calcio italiano è che nonostante la ventata di novità portata da tecnici coraggiosi, studiosi e moderni da queste parti resta duro a morire il pensiero che invece il calcio debba fondarsi soprattutto sull'annullamento delle potenzialità dell'avversario.

Ora tocca a Mourinho

In questi mesi abbiamo rimproverato spesso alla Roma di Fonseca l'atteggiamento troppo disinvolto nella sua fase di non possesso. Mai la filosofia offensiva dell'allenatore che abbiamo appoggiato e difeso in ogni momento. Certo è che se affronti l'Inter o la stessa Lazio (vedi il derby di andata) regalando loro ripartenze sempre in superiorità numerica diventa difficile difendere la bontà di un lavoro svolto. Quest'anno molto spesso alla Roma è mancata la grammatica delle letture difensive e a volte anche l'atteggiamento dei giocatori non è stato pienamente centrato. Ma di allenatori come Fonseca ce n'è bisogno, eccome. Ora la Roma ripartirà da Mourinho, tecnico che ha concezioni diverse dal suo connazionale. Di sicuro non mancheranno mai le motivazioni migliori. Sul resto si dovrà lavorare.