Un'altra partita persa male, un'altra sfida che lascia rimpianti e perplessità per le porzioni di gara lasciate agli avversari, come se fossero scherzi del destino e non inevitabili conseguenze di errori di strategia, di interpretazione di reparto e di interpretazione individuale. Un'altra partita che lascia rimpianti ad osservare i numeri (un dato su tutti: per gli expected goals l'Inter aveva maturato un minimo vantaggio, non il triplo delle reti realizzate del risultato) e che invece si è conclusa lasciando l'amara sensazione in bocca che gli avversari hanno disposto della Roma come e quando hanno voluto, resistendo semmai giusto nel momento di difficoltà, ma uscendone alla grande con attrezzate ripartenze letali.

L'interpretazione tattica voluta da Fonseca è stata ancora una volta smascherata alla prova dei fatti. A vederlo in maniera sintetica si potrebbe ritenere che il nucleo del problema sia nella differenza tra il punto in cui l'allenatore vorrebbe interrompere le strategie offensive avversarie e il punto che in base all'andamento della partita si capisce che avrebbe dovuto coprir meglio. A Milano è stata una differenza di una trentina di metri: hai provato a fermare alto Brozovic, ti sei scoperto alle spalle e lasciato troppi spazi sulla tua trequarti. In sostanza Fonseca vorrebbe bloccare gli attacchi avversari all'origine (ricordate Veretout altissimo su Leiva nel derby perso malamente all'andata, ma vale anche per la partita di mercoledì), ma così facendo lascia scoperto un punto assai più nevralgico 30 metri più indietro. Meglio sarebbe dunque lasciare il regista avversario laggiù a un tuo attaccante e abbassare la mezzala per coprirsi a tre davanti alla difesa, là dove serve densità.

Che ingenuità sui gol

L'analisi dei due gol: nel primo la squadra giallorossa è spostata per nove/decimi sul centro destra del proprio dispositivo difensivo e ovviamente verrà colpita nel proprio centro sinistra mentre nel cuore dell'area si andrà a formare un cinque contro tre che potrebbe essere letale anche con una squadra del campionato Eccellenza, figuriamoci contro i neo campioni d'Italia dell'Inter. Nello scompenso tattico evidente, causato principalmente dalla spaccatura della squadra tra i quattro difendenti e i centrocampisti/attaccanti, ci sono poi le interpretazioni personali che determinano il gol: basti vedere quanto i giocatori della Roma non percepiscano il rischio che si corre non coprendo la zona davanti alla linea difensiva. Su tutti Kumbulla, che rientra verso l'area dopo essere uscito in pressione su Sanchez come si rientra negli spogliatoi alla fine di un allenamento infrasettimanale. Allo scompenso tattico si aggiunge dunque lo scompenso individuale: il risultato è un mix letale.

Stessa cosa nel secondo gol: Vecino si lancia all'inseguimento del compagno impegnato in una corsa uno contro due verso la porta avversaria mentre gli altri romanisti restano a guardare. E quando alla fine scocca il tiro, anche un difensore esperto e ormai smaliziato come Mancini commette un errore da principiante: si gira e salta come se fosse sulla spiaggia a giocare con gli amici e non volesse essere colpito da una pallonata. Queste cose vengono rimproverate nelle analisi tecnico tattiche di Trigoria? Immaginiamo di sì. Ma ce ne sono diverse a partita e la ripetitività di questi sconci ha raggiunto ormai livelli insopportabili. Sono questi gli atteggiamenti che tolgono spessore ad ogni tipo di attenuante. Non conta fare l'elenco degli infortunati, non conta appellarsi alla stanchezza, non conta evocare la mancanza di forti motivazioni agonistiche. Dovrebbe contare l'amor proprio di ogni giocatore.

L'uomo in meno

Resta la questione tattica principale: il 3421 e il 4231 si somigliano soprattutto per un elemento: i due giocatori schierati davanti alla difesa sono spesso insufficienti per coprire l'ampiezza della zona in cui solitamente gli avversari banchettano con la Roma. Prima della sfida di Milano avevamo evocato la necessità di schierarsi - sulla falsariga di quello che era avvenuto con il Manchester United - con un giocatore in più nel cuore del centrocampo a prescindere dalla scelta di schierare la difesa a tre o a quattro. La Roma non sa difendere alto, deve imparare a farlo più bassa.

Nella conferenza stampa della vigilia Fonseca aveva rivelato che avrebbe giocato con un centrocampo a tre. E l'ha fatto, ma con il vertice del triangolo sempre rivolto verso l'alto: Pellegrini ad occuparsi di Brozovic. Risultato? Finché l'Inter ha giocato con la carica agonistica tipica delle squadre di Conte non c'è stata partita neanche dal punto di vista tattico: l'Inter ha fatto due gol in pochi minuti e ne poteva fare altrettanti. Idealmente è persino logico schierare contro una squadra con regista, tipo Brozovic nell'Inter, un trequartista in marcatura, come ha fatto Pellegrini. Ma questo espone il resto della squadra all'inevitabile uno contro uno: nel gioco delle coppie i tre attaccanti romanisti erano opposti ai tre difensori centrali, a volte provando solo a coprire una linea di passaggio verso l'esterno, ma mai convinti, tanto che sul quinto dell'Inter era sempre un terzino ad uscire. Agli avversari è bastato dunque muovere il pallone velocemente, cercare gli appoggi giusti per far uscire fuori tempo le pressioni romaniste e poi variare all'improvviso la velocità dell'azione costringendo un numero variabile di giocatori a correre verso la porta di Fuzato.

Serve il 4321 (o il 352)

La soluzione? Contro certe squadre la Roma dovrebbe adottare un tipo di pressione differente obbligando uno dei suoi trequartisti ad abbassarsi a turno sul regista offensivo avversario anche a costo di lasciare l'iniziativa ai centrali, solitamente i meno dotati dal punto di vista della costruzione del gioco, e abbassando le linee fino ad avere almeno tre centrocampisti in opposizione sulla propria tre quarti invece di due. 4321 (o 352, a tre dietro).

Questo abbasserebbe un pochino il baricentro della squadra, ma darebbe più forza tattica e morale ad una Roma che invece pare deprimersi a mano a mano che gli avversari conquistano metri. Il rischio è che tutto ciò si ripeta proprio contro la Lazio, stesso schieramento tattico, stessa malizia nella preparazione delle partite del proprio allenatore. Andarli ad affrontare ancora una volta con la linea difensiva alta e la pressione del trequarti sul regista potrebbe essere un suicidio. L'ennesimo.