È finito tutto dopo tre minuti, quando Jordan Veretout si è accasciato sulle sue gambe e poi è crollato a terra. Sarebbe bastato addirittura solo quello di infortunio per mandare in malora l'intero progetto. Con il suo risentimento muscolare è mancato il vero combattente del centrocampo della Roma ed è apparso subito chiaro che nei momenti più difficili della partita qualcosa sarebbe mancato, forse qualcosa di decisivo. Quando l'incredibile infortunio di Pau Lopez (ma s'è mai visto un portiere che si tuffa normalmente e rimane ad urlare per terra con la spalla lussata?) ha esaurito anche il secondo slot, era già evidente che non ci sarebbe stato più niente da fare. O meglio: è sembrato chiaro che la serata in un senso o nell'altro sarebbe stata storica. O sarebbe finita malissimo oppure la Roma avrebbe firmato una delle più clamorose imprese della sua storia. E l'errore è stato quello di pensare, appena sei minuti dopo, quando Dzeko ha messo in porta il gol del 2-1, che quella eventualità si potesse davvero materializzare. Ma nessuno, neanche il più ottimista tra i tifosi, ha continuato a nutrire speranze dopo il terzo k.o., quello di Spinazzola, l'altro giocatore che stava dando un contributo decisivo per il clamoroso risultato maturato all'intervallo della sfida. A quel punto però la domanda era una sola: quando sarebbe crollata la Roma? Che sarebbe accaduto, nessuno poteva nutrire dubbi. Certo, non ci si aspettavano sei gol, magari. Ma che è successo in quel maledetto secondo tempo?

Quel gol in contropiede

Non è stata una questione (solo) tattica, non è stata una questione (solo) tecnica. È stato un lasciarsi andare progressivo (e imperdonabile, sia chiaro) di fronte all'ineluttabilità di un destino che sembra sempre scritto da qualcun altro. Dice: ma la Roma a quel punto avrebbe dovuto difendersi, mettersi col pullman davanti alla porta, provare a mantenere l'1-2, il 2-2, persino il 3-2. E, di più: come si fa a prendere il gol del 2-2 in contropiede? Si fa, si fa. Intanto: chi ti dà la garanzia che se rinunci ad attaccare (una squadra che, nel primo tempo, ogni volta che è stata attaccata, è andata in difficoltà) tu poi riesci a mantenere il risultato che cerchi? Nonostante tutto la Roma ci ha provato, e ha avuto persino l'occasione per tornare in vantaggio al 15º del secondo tempo: una diversa conclusione di Pellegrini avrebbe potuto favorire il 3-2 per la squadra giallorossa, a mezz'ora dalla fine. Come sarebbe finita se quella palla fosse entrata, se il capitano avesse provato a calciare invece di servire inutilmente Dzeko? Nessuno può dirlo, ma se la Roma ha sfiorato il gol del vantaggio ancora una volta è proprio perché non ha rinunciato a spingersi in attacco. E dunque la risposta a quella domanda è semplice: la Roma ha preso il gol del 2-2 in contropiede perché venti secondi prima in area del Manchester con Pellegrini ha avuto un'altra occasione di poter segnare in quel caso addirittura il 3-1. Poi non ha gestito bene il pallone e è nata la ripartenza letale.

Papere, rigori e crolli

E quattro minuti dopo la papera di Mirante ha cambiato definitivamente il destino della sfida. A quel punto sarebbe stato necessario un nuovo guizzo, un evento imponderabile. Un rigore negato o magari un rigore sbagliato, proprio come ad Amsterdam, una scossa repentina. E l'evento poi c'è stato, ma al contrario. Perché l'ineffabile Del Cerro Grande l'episodio se l'è inventato sì, ma a favore del Manchester che non aveva davvero bisogno del suo regalo. E così a forza di scherzare col destino, a forza di provocarlo, la Roma si è ritrovata in pochi minuti sul 4-2 con le forze che progressivamente venivano a mancare e con la terribile sensazione di non aver più niente da dire fino alla fine della partita, con il sogno della finale che si andava sfarinando davanti agli occhi. Lì si è consegnata, lì sono mancati i collegamenti, lì c'è stato lo sfaldamento, lì le gambe non hanno più retto.

Le disfatte europee

E già che ci siamo, allarghiamo il discorso e proviamo a rispondere ad un'altra domanda. Perché la Roma si ritrova periodicamente a vivere delle incredibili disfatte europee proprio quando pensa di poter finalmente dire la sua a livelli altissimi? E qui la risposta è ancora più facile: perché la Roma a giocarsi quelle chances ci arriva solitamente in virtù del gioco offensivo che ha prodotto negli anni grazie ad allenatori ovviamente poi sbertucciati per questo da chi proprio non arriva a capire che quegli stessi allenatori, se avessero puntato soltanto sui loro organici, non avrebbero mai avuto la possibilità di confrontarsi con squadre di questo calibro. Ma qualcuno conosce la differenza di fatturato tra il Manchester United e la Roma? Nel 2019, prima della pandemia, è stato di quasi 700 milioni, la Roma raramente nella storia ha superato i 200 solo quando è andata in Champions League. Qualcuno ha dato un'occhiata al valore della rosa del Manchester United? 717,95 milioni, dati di ieri di transfermarkt. E la Roma? 386,85. E allora in base a quale ragionamento la Roma può ambire a confrontarsi ad alti livelli e a battere certe avversarie? Solo un miracolo può sostenere progetti di questo tipo. E a volte i miracoli si sfiorano solo in virtù di quel tipo di gioco che poi diventa invariabilmente fonte di critiche quando arrivano le sconfitte. Dimenticando che senza l'impudenza di attaccare, a certi traguardi non ci arrivi mai: altro che criticare l'atteggiamento spregiudicato quando si prendono i gol. Tra Manchester e Roma ci stanno tutti 4 gol di differenza. E se nel primo tempo non s'è visto è solo perché la Roma non è andata a fare le barricate.

Le colpe di Fonseca

Questo ragionamento - che vale in generale e riguarda i 7-1 rimediati da Spalletti e Garcia contro altre mostruose squadre tipo il Manchester di Cristiano Ronaldo giovane o il Bayern di Guardiola (quando Garcia proponeva ancora un calcio molto offensivo, prima di cambiare idea nel tempo, e avvilirsi in una spirale di partite senza più fantasia) o i 5-2 di Di Francesco contro il Liverpool che ha conquistato l'Europa - non ha niente a che vedere poi con le singole responsabilità che devono essere rinfacciate a dirigenti, allenatori e giocatori. Nello specifico, Fonseca ha indubbiamente la colpa di non aver saputo regalare alla sua squadra una vera mentalità combattente per non soffrire nelle fasi di non possesso. La Roma - persino col Parma, il Torino e il Cagliari - attaccata soffre sempre. Non ci convince semmai la soluzione sbandierata dagli allenatori da social network.