Se si potesse tracciare un grafico delle prestazioni della Roma, in rapporto alle partite giocate da luglio a oggi e al valore delle performances (che non sempre fanno pieno riferimento ai risultati conseguiti, ma che in questa rubrica cerchiamo di analizzare nella maniera più oggettiva possibile) vedremmo il diagramma partire dal basso e alzarsi costantemente verso l'alto, come un aereo in decollo che lascia la pista e guadagna il cielo metro dopo metro. A rigore di metafora, i commentatori più improvvisati sono quelli che, seguendo a bordo pista quel decollo, alle prime fasi del rullaggio dei motori stanno lì scettici a scuotere il capo: «Niente, non parte, non ce la fa». E, dietro, la pletora di quelli che annuiscono, pronti a raccogliere le teorie degli altri e a farle proprie: «Ma che pilota abbiamo preso», «Guardate in cielo gli altri aerei come volano», «Come possiamo noi arrivare sin lì?».

Padroni con le catene

Chissà quanto li vede piccoli Di Francesco oggi quei signori, rimasti in basso con le loro povere certezze, a sperare ancora che l'aereo si schianti per poter riconquistare qualche vetrina e nel frattempo ripetono a se stessi qualche mantra per preparare la strategia d'uscita: «Intanto però lui è cambiato, visto che col Napoli ha spostato Nainggolan? Visto che non è un integralista? Visto che ha imparato a difendere? Avevamo comunque ragione noi». Così va il mondo (del calcio) mentre l'Europa celebrala Roma di Stamford Bridge. Prendete il lavoro delle catene laterali visto a Londra: la cosiddetta heat map delle due diverse catene, in pratica la macchia di colore via via più caldo che mostra in grafica le zone di campo maggiormente calpestate, indica con chiarezza il maggior lavoro svolto dal gruppo mancino, grazie soprattutto all'incessante lavoro di Kolarov, ancora una volta l'uomo che ha toccato più palloni. È qui che Di Francesco ha messo maggiormente in difficoltà Conte, spostando il controllo del gioco dal centro (dove sperava di comandare il Chelsea) alla periferia,dove imperversavano i romanisti perché per controllarne le diverse combinazioni, Zappacosta e Alonso non avevano altra scelta che abbassarsi.

Il dominio del possesso

Il Chelsea si è ridotto quindi a un gigantesco muro di cinque uomini più Luiz, lasciando l'iniziativa del gioco totalmente alla Roma. Lo testimonia il dato del possesso palla, analizzato a intervalli di 15 minuti. Eccoli: 1'-15', 33,8% Chelsea, 66,2% Roma; 15'-30', 29,9% Chelsea, 70,1% Roma; 30'- 45', 39,5% Chelsea, 60,5% Roma; 45'- 60', 31,8% Chelsea, 68,2% Roma; 60'-75 ', 56% Chelsea, 44% Roma; 75'-90', 52,7% Chelsea, 47,3% Roma. Controllo che a poco a poco diventa dominio, per poi tornare alla equità nella parte finale. Se questi dati vengono incrociati poi alla supremazia territoriale (data dalle zone in cui la palla percentualmente è stata toccata di più) si vede chiaramente (sulla fiducia, ci vorrebbe troppo spazio per mostrarli tutti) come la Roma abbia dominato in particolare le prime due frazioni del primo tempo e la prima del secondo. Sono numeri a loro modo storici: mai la Roma in trasferta nella sua storia contro avversari di tale livello aveva mantenuto un possesso palla tanto alto. Le era capitato solo col Bate a Borisov e a Cluji.

Numeri trionfali

Provate a dare un'occhiata anche ai numeri generali della partita. La Roma è in vantaggio nei tiri nello specchio, nella percentuale di passaggi effettuati e di passaggi riusciti, nei contrasti, nei cross, nelle palle recuperate, guardate i dati del baricentro medio e dell'atteggiamento sul fuorigioco e del numero dei fuorigioco provocati, dell'atteggiamento nel recupero palla, dei lanci, delle verticalizzazioni, dei dribbling, delle giocate in area avversaria. Tutto a favore della Roma. E si giocava, va ricordato, in casa del Chelsea, a punteggio pieno finora nel gruppo C dei gironi di Champions. Se qualcuno lo avessero previsto lo avrebbero internato.

Le scommesse vinte

Infine, le scommesse. Schierando Gerson alto a destra, ad esempio, dopo quell'ambiguo precedente a Torino lo scorso anno con Spalletti, si è preso un bel rischio. E invece il brasiliano ha dato al reparto la fisicità che Di Francesco cercava e alla fine ha fatto segnare anche dei numeri accettabili: 24 passaggi positivi, 2 sponde, 3 palle recuperate, 34 palloni giocati e 2 tiri. Ci sono ampi margini di miglioramento, insomma, ma l'esperimento non è fallito. Chi è andato molto bene è stato invece Maxime Gonalons: il confronto tra i suoi score di Stamford Bridge e le medie fatte segnare fino a oggi in campionato da Daniele De Rossi sono molto significative. E anche in questo caso si può parlare di giocatore recuperato e scommessa vinta.