Il problema di cui si dovrebbe discutere in queste ore non è tanto il fatto che nonostante una partita giocata praticamente nella metà campo degli avversari non si sia riusciti a trovare il varco giusto per vincere la partita (con il carico di rimpianti per quello che avrebbe rappresentato in termini assoluti arrivare domenica al confronto col Milan dei miracoli a soli tre punti di distanza), quanto la differenza tra le classifiche della serie A isolando il rendimento casalingo e quello in trasferta.

Nel primo caso la Roma è imbattuta e addirittura prima in classifica con 30 punti davanti all'Inter con 28 (con una partita in meno), e poi arrivano Juventus, Lazio, Atalanta e, solo settimo, il Milan. Nella graduatoria del rendimento fuori casa la Roma col punto di Benevento è rimasta aggrappata al nono posto, a pari merito di Verona, Sampdoria e lo stesso Benevento, dato davvero clamoroso. Meglio hanno fatto, e qualcuno anche con una partita in meno, Milan (in vetta, con 28 punti in 11 gare), Inter, Atalanta, Sassuolo, Lazio, Juventus, Napoli e Spezia.

Appena 16 i gol segnati dalla Roma in 11 partite in casa d'altri, 22 quelli subiti. Il problema di Benevento, insomma, non è stato tanto non aver trovato il varco nel catenaccio messo su da Inzaghi, quanto di aver perso altri punti lontani dall'Olimpico. La Roma ha necessità di invertire il trend visto che dopo il confronto col Milan di domenica, per raggiungere l'obiettivo della Champions dovrà giocare fuori casa otto delle quattordici partite restanti e tutte con squadre che al momento seguono in classifica.

I limiti del Vigorito

Discutere di quel che è mancato per battere il Benevento rischia di essere inutile. Chi non ama Fonseca ha risolto la questione prendendosela con l'allenatore, chi preferisce un attaccante all'altro sa con chi prendersela, chi non ritiene la rosa della Roma all'altezza del vertice indicherà il suo capro espiatorio prediletto e via banalizzando. Osservando i numeri però viene fuori come la Roma abbia provato in tutti i modi a risolvere la partita, inchiodando fin dal primo quarto d'ora il Benevento nella propria area di rigore.

Fa sorridere sentir dire a Inzaghi nel post partita che senza l'espulsione di Glik avrebbe potuto poter vincere la partita: anche in undici contro undici il pallino del gioco è rimasto sempre nei piedi dei romanisti. Nei primi quindici minuti il possesso palla ha sfiorato addirittura l'80%, è vero che nel primo tempo la Roma ha tirato poco in porta, ma l'abbrivio della gara non è mai cambiato e pensare di resistere in certi casi per poi segnare in contropiede significa affidarsi al caso.

Dovrebbe saperlo bene anche Pippo, che un po' come Pirlo fino a qualche settimana fa si vantava delle virtù giochiste della sua squadra, salvo poi esaltare i suoi giocatori per aver resistito in trincea per 95 minuti, mettendo ovviamente in campo nel finale tutto il campionario di scorrettezze da strapaese che in questi casi non manca mai. Ma tanto poi in Italia quando si giocano certe partite si rimediano sempre i complimenti, soprattutto se a farti le domande sono tutti amici tuoi. Fonseca, che in Italia di amici ne ha pochi, bene che va invece si prende i complimenti per la sua educazione. E soprattutto quando la Roma vince le partite la tendenza è quella di esaltare il valore dei giocatori, quando non le vince l'allenatore diventa automaticamente il bersaglio di ogni rilievo. È il retaggio della cultura calcistica italiana e di un popolo di allenatori mancati.

La difesa che tiene

Piuttosto bisognerebbe mettersi d'accordo su come vada valutata una fase difensiva e quanto si possano giudicare abili i difensori di una rosa. Qualcuno ricorderà la curiosa parabola di Samuel, forse uno dei più efficaci difensori che la Roma abbia mai avuto. Quando si trasferì al Real Madrid, dopo quattro anni strepitosi che gli valsero l'appellativo di "muro", in poche settimane la sua autorevolezza vacillò, esposto com'era, in un centrocampo di straordinari palleggiatori, alle numerose controffensive avversarie. Fino ad allora non aveva mai giocato con cinquanta metri alle spalle da coprire e ne risentì, tanto che il Real lo sbolognò l'anno successivo (all'Inter, dove tornò ad onorare la sua fama). Morale: un'organizzazione tattica può spostare la valutazione di un difensore.

La Roma, si sa, gioca un calcio spregiudicato, reso più equilibrato proprio dalla scelta di Fonseca di aggiungere un terzo difensore. Ma in ogni caso capita spesso ai difensori romanisti di doversi difendere in campo aperto, così si riduce il margine di errore ed è assai più complicato uscire con buone valutazioni. Se su cinquanta interventi se ne sbaglia uno, decisivo, e se ne azzeccano quarantanove il voto in pagella sarà comunque negativo. E nessuno valuterà il coefficiente di difficoltà dell'intervento. Se un attaccante sbaglia quattro gol e ne segna due avrà sempre un voto alto. Allora proviamo a vedere altri parametri.

Sapete qual è la classifica degli expected goal concessi, in pratica la vera classifica dei gol che le squadre avrebbero dovuto incassare in base alle occasioni lasciate agli avversari? Prima Juve con 23,5 gol concessi, seconda Roma con 26,6, terzo Napoli con 26,9, poi Atalanta, Udinese, Lazio, Inter, Fiorentina, Genoa, Parma, Torino e Milan. La classifica dei gol effettivamente subiti mette la Roma invece solo all'ottavo posto. Poco conta che Pau Lopez abbia portato a casa domenica il terzo clean sheet consecutivo tra campionato e coppa (secondo in serie A, traguardo mai raggiunto da Fonseca da quando è alla Roma).

La Roma passa per avere una difesa scarsa e non si considera che sia in clamorosa underperformance (lo scarto tra gol presi e "meritati" è di quasi sei gol, nessuna tra le big ha un simile divario, anzi, sono quasi tutte, tranne l'Atalanta, in attivo). Bene fa, dunque, Fonseca a considerare che la sua squadra stia funzionando bene e a respingere le critiche precostituite sul funzionamento di questo o quel reparto, o sull'efficacia di questa o quella scelta strategica.

Due punte o una o quattro?

Pretestuosa, in questo senso, appare la polemica sull'utilizzo contemporaneo di Borja Mayoral e Dzeko, due attaccanti di diverso calibro e valore, ma con caratteristiche tra loro differenti. Non è certo assurdo pensare di farli coesistere, ma pretendere che l'allenatore si adegui all'ipotesi è semplicemente ridicolo. Chi polemizza senza alcuna base fattuale si porta dietro il bollino che oscurava certe famose sentenze dei processi televisivi: «Mica si penserà che dobbiamo essere presi sul serio?».