Per raccontare Roma-Sampdoria stavolta partiamo dal clou e quindi dal gol, perché in quell'azione di lotta e di governo c'è l'essenza stessa della squadra che Fonseca ha plasmato a sua immagine e somiglianza: elegante, ottimista, pugnace, pratica. Dunque, torniamo un attimo sotto la pioggia del grigio pomeriggio romano, intorno alle 16.30, per l'esattezza al minuto 25.20 del secondo tempo. La Sampdoria ha appena fortunosamente costruito la sua unica occasione da gol praticamente di tutta la partita e Pau Lopez si appresta a rimettere la palla in gioco: nasce così un ininterrotto possesso palla romanista che durerà per 85 secondi, nel corso del quale tutti i giocatori della Roma giocheranno il pallone con tocchi essenziali o virtuosi, con dribbling e trasmissioni rapide, dosando la giusta forza, cercando come da verbo fonsechiano il possesso mirato alla verticalizzazione.

Rivediamola tutta, seguiteci in questo rigenerante flashback: l'azione dunque riparte da Lopez e passa sui piedi di Mancini e poi di Karsdorp, Mancini, Smalling, Ibanez, Peres, Ibanez, Veretout, Smalling, Cristante, Mancini, Pellegrini, Cristante, Mancini, Pellegrini, Mancini, Cristante, Dzeko, Peres, Veretout, Mancini, Karsdorp, Smalling, Ibanez, Peres, Mikhitaryan, Cristante, Karsdorp e infine Dzeko, 30 possessori con un doppio, meraviglioso picco, prima nel palleggio stretto e ravvicinato di Mancini, Pellegrini e Cristante, per uno splendido impulso verticale uscendo con una danza nella pioggia sulla fascia laterale destra dalla morsa degli avversari in pressione (vedi grafiche accanto), e poi con la prodezza di Dzeko, capace di accarezzare la palla al volo per mandarla nella parte interna della rete, opposta rispetto alla direzione dell'assist di Karsdorp (il quarto, nella stagione).

Un capolavoro di praticità e strategia, che parte dal portiere che non butta mai il pallone, si sviluppa prima a destra e poi a sinistra e quando la strada è chiusa si torna indietro e non si forza la giocata, anche sotto la pioggia, anche se le forze cominciano a mancare, anche se gli spazi si restringono e l'affanno rischia di sporcare ogni giocata, e si esce dalla tonnara degli avversari danzando, si va d'impulso a sinistra dove Peres sbaglia un controllo e allora la strada si richiude all'improvviso, ma non fa niente, si torna indietro da sinistra ancora a destra, dal centro sull'esterno e ancora verso il centro, e ancora a sinistra, e se Peres dalla fascia trova centrale Mkhitaryan è solo perché Veretout fa un'altra corsa a vuoto per attaccare uno spazio, così se ne libera un altro, dall'armeno si va veloce da Cristante e da lì finalmente si trova il varco esterno. E si fa gol.

La danza di Villar

Magari avete trovato il riassunto noioso, forse troppo dettagliato, ma a rivederlo si sente una musica suadente ad accompagnare ogni trasmissione del pallone, uno strano miscuglio di samba brasiliana con impulsi techno, ballata su gambe nervose e reattive dentro un'armonia generale che rigenera e rilassa. Muscoli e classe, è il calcio di Fonseca. A salire sugli scudi nella giornata stavolta non mettiamo Mkhitaryan, splendido incursore offensivo, o Dzeko, spietato esecutore, ma il regista spagnolo della squadra, e cioè Villar, e l'aggettivo stavolta non vale a collocarlo solo geograficamente, ma soprattutto filosoficamente. Diciamoci la verità, in Spagna è partita da una dozzina d'anni la rivoluzione del calcio giocato che noi invece stiamo vivendo da un paio di stagioni. I nostri istruttori federali sono anni ormai che predicano nei corsi per allenatori di seguire l'esemplare didattica iberica del calcio posizionale. Proprio da lì, da quel magnifico laboratorio che è stato il Barcellona di Guardiola, si è sviluppata infatti una modalità di gioco che mette il pallone al centro di ogni progetto tattico. Si parte dal portiere e si arriva nella porta avversaria, toccando di fino la palla a gran velocità, svuotando e aggredendo spazi per togliere punti di riferimento, servendo ogni volta un compagno di squadra smarcato. Così si sono affinate una mentalità e una modalità tipiche da "centrocampista spagnolo", e Villar ne è un precisissimo prototipo. Guardate nelle grafiche accanto quanti spazi è capace di occupare in trenta secondi di gioco, quante proposte alternative è capace di suggerire, quante direzioni riesce ad indicare. Nel calcio di Fonseca, Villar si esalta e tutta la squadra ne trae giovamento.

E dietro non si scherza

Se poi vogliamo trovare una differenza tra altre belle versioni di Roma che si sono succedute negli anni e quella che stiamo ammirando in queste settimane, una per quanto ci riguarda la cogliamo nella capacità dei difensori di restare concentrati nelle gare in cui la superiorità tecnica è evidente. Se la Roma finora è riuscita praticamente a vincere quasi tutte le partite contro squadre di cabotaggio inferiore (cosa niente affatto scontata nel calcio italiano) si deve soprattutto all'equilibrio che Fonseca è riuscito a dare alla squadra nelle transizioni negative, e cioè quando il possesso del pallone si perde all'improvviso.

In questo la Roma è davvero cresciuta, grazie soprattutto all'applicazione mentale (ma anche agonistica) dei difensori. Grazie alle scelte condivise soprattutto delle ultime stagioni, Fonseca si è garantito infatti un ricambio di difensori di grande valore, che gli consente oggi il lusso di tenere in panchina uno tra Mancini, Kumbulla e Ibanez, tre giovani talenti che al fianco di Smalling hanno l'opportunità di crescere e giocare. Poi c'è Cristante, all'occorrenza pronto a partire più basso soprattutto per garantire una più pulita impostazione del gioco (e magari a Crotone toccherà proprio a lui tornare a giocare in terza linea) e, quale sesta e settima scelta, due come Fazio e Juan Jesus, comunque la si veda professionisti impeccabili.

Se c'è un reparto in cui invece manca qualcosa, soprattutto come alternativa, è quello offensivo. Dietro Dzeko, Mkhitaryan e Pedro, con Pellegrini a far spola tra attacco e centrocampo, e in attesa di Zaniolo, i due spagnoli di riserva Perez e Mayoral sono al momento pedine utilizzate solo per far rifiatare i titolari, ma se mancassero i titolari per un periodo prolungato la Roma andrebbe in difficoltà. Ecco perché è proprio davanti che il tecnico portoghese ha chiesto al neo arrivato Pinto di trovare qualche soluzione. E nel frattempo però a garantire punti e bel gioco ci ha pensato da solo, dosando le forze. E se tra Crotone e Inter dovessero arrivare altri due risultati pieni si potrebbe pure cominciare a sognare qualche ambizione più alta.